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Escursionismo e Storia: il monte Pasubio

 

Amedeo SALA, ottobre 1999

 

 - Localizzazione e importanza strategica

 - La Strafexpedition

 - Le vicende belliche

 - Scheda escursionistica

 - Bobliografia

 

 

Localizzazione e importanza strategica

 

      Massiccio dolomitico delle Prealpi venete occidentali situato sulla sinistra idrografica dell'Adige, tra i monti Lessini a O e l'altopiano dei Sette Comuni a E, il Pasubio segna per un tratto, sull'orlo del ripido versante S-SE, il limite amministrativo tra le province di Vicenza e di Trento dove, fino al 1919, si snodava il confine politico tra Italia e Austria-Ungheria. Anello di congiunzione tra le Piccole Dolomiti e la regione degli Altipiani, si protende verso N in direzione di Rovereto, e verso S si spinge fino a Schio, cittadine tra loro collegate da una strada statale che, con asse N-SE, passando per il Pian delle Fugazze (m 1157) percorre l'intera Vallarsa. Le sue pareti rocciose e scabre, quasi ovunque strapiombanti, si risolvono in un vasto acrocoro modellato dalle glaciazioni e dal carsismo, con varie elevazioni superiori ai 2000 m; il massimo punto altimetrico è Cima Palon (m 2232): la parte sommitale, contornata da trenta cippi commemorativi, costituisce, dal 29 ottobre 1922, zona monumentale (Zona sacra).

Presso la cima di questo acrocoro ondulato, guardando in direzione N, si ergono due piccoli rilievi tondeggianti contrapposti, i cosiddetti 'denti' del Pasubio: quello settentrionale (m 2203) o Dente Austriaco, e quello meridionale (m 2220) o Dente Italiano, separati da una angusta sella intermedia (Selletta dei Denti) denominata 'schiena d'asino' (m 2175); di qui si sviluppa, orientata a NO, la dorsale del Roite (m 2144). In linea con i Denti ma spostati più a E, altri due punti notevoli: il Corno (m 2141) e il Nido d'Aquila (m 2084) entrambi italiani. Vero e proprio cardine di tutto il fronte S, tra l'Adamello e il Brenta, con l'ingresso in guerra dell'Italia, il Pasubio assunse una rilevanza fondamentale, perchè naturalmente forte e facilmente difendibile: la sua collocazione geografica ne faceva altresì un'eccellente testa di ponte in caso di azione offensiva da parte dell'esercito austro-ungarico giacchè, se conquistato, nessun altro baluardo poteva impedire l'investimento della pianura vicentina. Rispetto all'avversario, gli Italiani godevano di un non trascurabile vantaggio, nelle peculiari condizioni della guerra di montagna, perchè le loro posizioni fortificate sul Dente e sul Palon sovrastavano di 20/30 metri le linee austriache, garantendo più ampia visuale e maggiore efficacia nelle azioni di artiglieria: la conformazione delle sellette permetteva infatti alle truppe d'assalto italiane di defilarsi più agevolmente sotto la copertura del tiro di sbarramento.

 

 

La Strafexpedition

 

      Occupato fin dal primo giorno di guerra da reparti alpini italiani, che nei giorni successivi si spinsero fino al Col Santo (m 2112), importante punto d'appoggio tra la Vallarsa e la Val Terragnolo, il Pasubio non fu teatro di azioni significative fino alla Strafexpedition del maggio 1916. La situazione strategica della Duplice Monarchia, a due anni dallo scoppio del conflitto, era difficile: ai Russi e ai Serbi in guerra dall'agosto 1914, si erano uniti, nel 1915, anche gli Italiani, costringendo gli Imperiali a dirottare forze sempre più consistenti a S, sull'arco alpino e sul Carso, senza poter coadiuvare, con la dovuta efficacia, le operazioni dell'alleato germanico sul fronte orientale, ma nella seconda quindicina del dicembre 1915, il positivo andamento della campagna balcanica lasciava presagire una vittoria imminente, e il Capo di Stato Maggiore generale dell'esercito imperiale, Franz Conrad von H�tzendorf, proponeva al collega tedesco Erich von Falkenhayn, che operava contro gli anglo-francesi, un'azione combinata in direzione della pianura vicentina. Falkenhayn però, ossessionato dall'idea di una manovra risolutiva sul fronte occidentale prima della fine dell'inverno, rifiutò quella che considerava, probabilmente a torto, un'inutile diversione, e così H�tzendorf decise di agire da solo, concentrando due armate, l'11a e la 3a, forti di 14 divisioni e 3 brigate, con il supporto di 892 cannoni, di cui 182 pesanti e 62 pesantissimi, contro le difese italiane nel Trentino.

L'offensiva, denominata ufficiosamente Strafexpedition (spedizione punitiva), articolata su due direttrici, una principale nella Val d'Astico, in direzione di Arsiero e Thiene, e una secondaria, che passando per Asiago e Val Frenzela, giungesse fino al Canal di Brenta e a Bassano del Grappa, si prefiggeva l'obiettivo di inserire un profondo cuneo tra Adige e Brenta per prendere alle spalle il grosso delle forze italiane gravitanti sull'Isonzo, tagliandole fuori dalla regione veneta occidentale. L'ambiziosa manovra (15 maggio-15/16 giugno), pur cogliendo alcuni successi tattici, mancò tuttavia il suo fine strategico: nell'esecuzione, il piano originale fu diversamente interpretato dai subordinati di von H�tzendorf, i generali Viktor von Kramsk Dankl e Alfred Krauss; gli Italiani, pur non ben guidati, si batterono con grande determinazione e, superato l'iniziale sbandamento, non solo riuscirono ad impedire l'investimento della pianura vicentina, che avrebbe avuto conseguenze gravissime, ma contrattaccando sull'Isonzo conquistarono nell'agosto Gorizia e il primo tratto dell'altopiano del Carso. Sul fronte orientale, i Russi ripresero ad avanzare in Bucovina (tra Romania e Ucraina) e sbaragliarono due armate austro-ungariche, catturando 400.000 prigionieri e occupando una parte della Galizia, nei monti Carpazi, un disastro che ebbe altresì l'effetto di spingere la Romania ad intervenire nel conflitto a fianco delle Potenze dell'Intesa, allargando ulteriormente il teatro di guerra.

 

 

Le vicende belliche

 

     Sul Pasubio, gli Imperiali ottennero quasi immediatamente un primo, importante risultato: il 18 maggio cadeva il Col Santo, e subito dopo anche il monte Testo, garantendo così il consolidamento della linea che da forte Pozzacchio, a O, corre per il monte Spil e giunge fino al piccolo Roite; con la conquista di quota 2206 (il Dente nord) a della Costa di B�rcola, che dal Dente risale verso N, al passo della B�rcola, gli Austriaci avevano ottenuto in soli cinque giorni il pieno controllo dell'intero settore settentrionale del Pasubio. Non restava che sfruttare il successo, avanzando verso S, ma la loro manovra aggirante in Vallarsa si scontrò con la tenace resistenza degli Italiani; respinti oltre Valmorbia, gli Imperiali tentarono in seguito, l'1 e il 2 luglio, di impadronirsi del Dente italiano, rinnovando l'attacco in direzione N/S, ma, pur infliggendo ai difensori notevoli perdite, dovettero desistere. Fu poi la volta degli Italiani, che il 10 settembre diedero l'avvio alla cosiddetta 'prima battaglia del Pasubio', sferrando massicci attacchi contro il Dente austriaco: dopo i successi iniziali, il contrattacco dei Kaiserj�ger ricuperò le posizioni perdute. Gli Italiani ripresero l'offensiva dal 9 al 20 ottobre (seconda battaglia del Pasubio), in un furioso tentativo di eliminare il caposaldo austriaco, oggetto di ben nove assalti, tutti sanguinosamente respinti dalle truppe tirolesi. La manovra italiana ottenne però risultati migliori sulla dorsale del Cosmagnon, che dalla vetta del Pasubio si allunga verso NO: gli austriaci dovettero ritirarsi sul versante opposto, fortificando la dorsale del Roite (m 2154), anch'essa vivacemente contesa; esauritasi questa fase della campagna, nella quale caddero da entrambe le parti quasi 9000 uomini, la situazione si stabilizzò, senza più mutare fino al 1° novembre 1918.

 

Dall'inverno 1916/1917, particolarmente rigido e funestato da frequenti e micidiali slavine che provocarono centinaia e centinaia di vittime, le operazioni militari mutarono carattere; compresa l'impossibilità di una manovra risolutiva, gli alti Comandi italiano e austriaco ingaggiarono una singolare quanto micidiale forma di offesa: la 'guerra di mine'. Presero l'iniziativa gli Austriaci, nel tentativo di far saltare il Dente italiano, ma gli Italiani, accortisi della manovra, avviarono lo scavo di una contro-galleria per far crollare il tunnel austriaco; cominciavano intanto, da parte italiana, i lavori di costruzione di un complesso e articolato sistema di gallerie (52) per permettere ai soldati di muoversi in relativa sicurezza dal tiro nemico: alloggiamenti, comandi, magazzini, centrali di tiro, depositi di munizioni, ridotte e fortini. Il nuovo tracciato avrebbe finalmente protetto le unità addette al rifornimento della prima linea dal continuo martellamento dell'artiglieria imperiale, che batteva l'esposta camionabile chiamata 'Strada degli Scarubbi', e avrebbe altresì assicurato, durante la stagione invernale, una certa immunità da valanghe e slavine.

Nel settembre del 1917 iniziarono le esplosioni minori, che avevano come obiettivo la distruzione o l'occlusione delle gallerie avversarie, e l'intensità delle esplosioni aumentò progressivamente, fino al devastante scoppio della mina austriaca del 13 marzo 1918 (50.000 kg di materiale detonante) sotto il Dente italiano, del quale asportò completamente la parete N, uccidendo poco più di 100 soldati italiani. Così scrive un testimone oculare, il generale Moriz Brunner: "L'istantaneo, profondo scuotimento del terreno ed un cupo tuono dimostrarono riuscito il brillamento; seguì poi con forte frastuono la fuoruscita di masse di pietrame dalle parte laterali del Dente nemico e lo scuotimento della parte superiore di esso. Con l'eruzione del pietrame si manifestò anche la straordinaria potenza dei gas d'esplosione, che sorpassò ogni manifestazione della guerra di mine sul Pasubio. L'intero massiccio del Dente sembrò un mare di fiamme, dal quale emergevano vampe fino a 30 metri di altezza. Il getto delle fiamme, che durò circa mezz'ora, si manifestò attraverso i vani e le gallerie non intasate anche sul nostro Dente e si diffuse negli scavi aperti". Complessivamente, gli Austriaci fecero brillare cinque mine (una nel 1917 e quattro nel 1918), gli Italiani sei (tre nel 1917 e tre nel 1918).

Guerra di posizione, dunque, come su ogni altro fronte, ma combattuta a quote elevate, in ambiente severo e inospitale, e resa più aspra dalla limitatissima libertà di manovra di cui godevano i contendenti: la conformazione geografica dei massicci e delle strette valli laterali rendeva infatti proibitiva qualunque azione di profondità, obbligando attaccanti e difensori a un pauroso logorio di uomini e di materiali. Estenuanti, specie nei primi mesi, le condizioni dei combattenti, non sempre avvezzi, come nel caso delle fanterie, a muoversi in ambiente montagnoso; scarsi e precari i trinceramenti, che solo gradualmente assunsero carattere e struttura di opere fortificate; difficile l'approvvigionamento idrico, chè il Pasubio è montagna arida e infeconda; la roccia, crivellata dall'artiglieria, moltiplicava l'effetto devastante delle schegge; le abbondanti nevicate, pur concedendo un poco di tregua alle prime linee, ponevano a durissima prova i soldati addetti ai rifornimenti, continuamente falcidiati da valanghe e slavine rovinose.

Quando nei resoconti di guerra -ha scrittoRobert Skorpil- ci imbattiamo in espressioni come "il suolo era imbevuto di sangue" o "il campo di battaglia era sommerso dai cadaveri", non siamo inclini a interpretarle alla lettera. Il giardiniere ha bisogno dì molta acqua per irrigare dovutamente un sia pur piccolo pezzo di terra, mentre è assai scarso il "prezioso liquido", il sangue, che fuoriesce da un povero corpo umano colpito a morte! Se però sorvolassimo i campi di battaglia della prima guerra mondiale per ritrovare alcuni metri quadrati che effettivamente furono inzuppati di sangue, che furono per davvero coperti da mucchi di cadaveri, troveremmo questo posto su un monte dove una volta correva il confine tra l'Austria e l'Italia; sul Pasubio. (...) L�, nell'autunno del 1916, il sangue scorreva sulle rocce, là giacevano a mucchi i cadaveri: di amici e nemici (...). Gli uomini lo tennero a battesimo col sangue e col fuoco e da allora non fu più soltanto un pezzetto di natura, ed oggi qualcosa di più di un luogo di ricordi, di un monumento agli eroi, di una meta di gite. Non è soltanto degno di essere visto, val la pensa di ascoltarne la voce e le gesta e la sua lingua sarà più comprensibile a chi ha appreso che cosa realmente rappresentò allora".


Il Pasubio divenne così 'la montagna dei diecimila morti': cifra modesta se paragonata alle carneficine dell'Isonzo, di Verdun o della Somme, ma notevolissima se rapportata alla superficie della rocciosa piana sommitale di questo acrocoro, lunga 200 metri e larga 80, devastata dal fuoco di 200 pezzi d'artiglieria di ogni calibro. Qui venne ferocemente conteso anche il sottosuolo, e vennero fatte brillare le più potenti mine della guerra; qui truppe sceltissime per preparazione e ardimento, Alpini e Kaiserj�ger sopra tutti, si diedero battaglia per due anni compiendo prodigi di valore: il Palon, la Selletta Damaggio, i Denti, le Sette Croci, il Corno Battisti, il Cappello del Carabiniere, il Groviglio divennero toponimi leggendari e sinistri. Nessuno poteva perdere il Pasubio: per gli Imperiali era, come il Col di Lana, la 'montagna dei Kaiserj�ger', 'le Termopili del Sudtirolo'; per gli Italiani, il 'Golgota degli Alpini'; ma per coloro i quali vi lasciarono la vita, o ebbero sorte migliore, il Pasubio fu, più semplicemente, 'la caldaia delle streghe'.

 

 

Scheda Escursionistica

 

      L'itinerario più classico, e più appagante, è senza dubbio quello che si snoda dalla Bocchetta Campiglia (m 1216) al rifugio Achille Papa (m 1934; dislivello m 718, ore 3 circa), e di l� alla Cima Palon (m 2232; ore 1). Due le modalità di salita: a) - percorrendo, da E a O, la celeberrima Strada delle Gallerie (sv 366) e b) - il sentiero attrezzato G. Falcipieri (sv 5C: diff. media) che collega la Bocchetta con Cima Cuaro (m 1939), Forni Alti (m 2023), Sojo Rosso (m 2040) e si congiunge, alla Cima dell'Osservatorio (m 2027) con il tratto terminale del Sentiero delle Gallerie. Sarebbe ovviamente possibile, essendo i due tracciati pressochè paralleli, percorrerli entrambi, privilegiando in salita il sentiero attrezzato e in discesa le Gallerie.

Chi intendesse sfruttare queste opportunità, deve utilizzare l'attrezzatura da ferrata (imbragatura, moschettoni, dissipatore, casco, cordini); per tutti i partecipanti, oltre al consueto e completo equipaggiamento escursionistico (entrando e uscendo dalle gallerie gli sbalzi termici possono essere fastidiosi: l'intera zona è particolarmente umida e piovosa), torcia elettrica e protezione per il capo. Se si esclude il percorso b), la discesa può avvenire per la Strada degli Eroi, che dal rifugio Papa corre lungo il versante meridionale del Pasubio attraverso la Val Canale e la Val di Fieno e porta al Pian delle Fugazze (dislivello 772 metri, ore 2.30 circa).


Accesso: da Rovereto per la SS 46 del Pasubio in direzione di Schio; raggiunto Pian delle Fugazze (m 1162), si continua, per altri tre km, fino a Ponte Verde (m 901), dove si lascia la statale e si imbocca per cinque chilometri una rotabile sterrata fino a raggiungere il quadrivio di colle Xomo (m 1058). Ci si può fermare alla Trattoria Alpina, o percorrere in auto gli ultimi due chilometri fino a Bocchetta Campiglia. Qui una targa e un cancelletto indicano l'inizio della mulattiera: superati tre tornanti si entra nella prima delle 52 gallerie che costituiscono una delle più significative realizzazioni degli specialisti del Genio Militare italiano durante la Grande Guerra, la Strada delle gallerie o della 1' Armata.

Ideata dal capitano Leopoldo Motti e progettata dall'ingegner Giuseppe Zappa, l'opera fu realizzata, in soli nove mesi (marzo-dicembre 1917) dalla 33a compagnia minatori del 5° battaglione del Genio e da 600 operai militarizzati. Lunga circa 6500 metri, dei quali poco meno di 2300 in galleria, è intagliata nella roccia a mezza costa nel ripido versante S di Monte Forni Alti, e supera un dislivello di più di 700 metri con una pendenza media valutabile attorno al 12% con punte del 22% in alcuni tratti. Le gallerie avevano un'ampiezza media di m 2,20 x 2,50, tali cioè da permettere il transito contemporaneo di due muli con salmerie, ed erano illuminate elettricamente o per mezzo di finestroni aperti nella roccia: le più notevoli sono la 19a (370 metri di lunghezza) e la 20a, dalla caratteristica struttura spiraliforme; il punto di massima elevazione (2000 metri) sì tocca all'uscita della 47a galleria. Nei tratti scoperti e di maggiore esposizione, una robusta ringhiera di tubolari di ferro garantiva la massima sicurezza al movimento delle salmerie e dei carichi pesanti.

Il rifugio Achille Papa (0445/60233) offre servizio di alberghetto (64 posti letto) dalla terza domenica di giugno alla terza di settembre, e rimane aperto il fine settimana fino al 4 novembre; funzionante come rifugio dal 1921, la struttura originaria -ora parte integrante dell'edificio- era il quartier generale di Achille Papa, il valoroso comandante della brigata Liguria che ebbe parte importantissima nella difesa del massiccio: essa sorgeva al centro del Milanin, la cittadella militare arroccata alle porte del Pasubio.

 

Bibliografia

 

Acerbi Enrico, La Strafexpedition - Novale di Valdagno (VI) 1993;

Ceola Mario, Pasubio eroico - Museo Storico della Guerra di Rovereto, 1993 (rist. anast. ed. 1939);

von Lichem Heinz La guerra in montagna 1915/1918, vol. II: Il fronte trentino-dolomitico - Bolzano1993;

Pieri Piero, L'Italia nella 1a Guerra Mondiale - Torino 1965;

Pieropan Gianni, 1916: le montagne scottano - Milano 1979;

Schemfil Viktor, 1916-1918 - La Grande Guerra sul Pasubio - Milano 1985;

Schneller Karl, 1916: mancò un soffio (Diario inedito della Strafexpedition dal Pasubio all'Altopiano dei Sette comuni), acd G. Pieropan - Milano 1964;

Skorpil Robert, Pasubio 1916-1918 - Milano 1977-78.

 

 

      Documentazione escursionistica e cartografica

 

 

Suicampi di battaglia - Il Trentino, il Pasubio, gli Altipiani - ed. TCI, Milano 1931-37;

Pieropan Gianni, Guida ai monti d'Italia: Piccole Dolomiti-Monte Pasubio - ed. CAI/TCI, Milano 1976;

Doz Nevio, Sui sentieri della Grande Guerra: Pasubio - Gli Speciali di Alp, Torino 1989;

Marchisio Lodovico, Ferrate d'Italia - Valmadrera (LC) 1991.


Kompass nr. 678 Sentiero della Pace/Friedenspfad 1:50.000 - ed. I.C. Fleischmann, Gardolo (TN) 1996.

 

Amedeo SALA, ottobre 1999

 

Il presente articolo è correlato all'escursione del 10-11 giugno 2000: Cima Palon