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Monte Aralalta e Pizzo Baciamorti

 

Amedeo SALA, luglio 2013

 

Baciamorti perchè?

 

  Madonnina sul Pizzo Baciamorti  L'origine del toponimo Baciamorti, col quale è conosciuta la seconda elevazione della piccola cresta del monte Aralalta, sulla quale è collocata la statua di una Madonnina, e il sottostante passo che porta in Val Taleggio, si ricollega alla cosiddetta guerra dell'Interdetto tra Venezia e lo Stato pontificio, nei primi anni del diciassettesimo secolo. Durante l'interdetto scagliato da papa Paolo V nel 1606 contro la Repubblica Veneta, san Bartolomeo di Vedeseta, posta nel Ducato e nell'Arcidiocesi di Milano (l'antica parrocchiale esiste tuttora), veniva ad essere, per i fedeli della Valle Stabina, la chiesa non sconsacrata più vicina ai loro paesi, soggetti all'autorità di San Marco, e quivi perciò essi traslavano i propri defunti affinché ricevessero esequie regolari. Vedeseta, quando la Repubblica veneta prese possesso del ducato di Bergamo, era rimasta sotto il dominio milanese dei Visconti; quanto fosse difficile la convivenza tra i due stati regionali è dimostrato dalle molte pietre di confine tra il Ducato e la Repubblica, chiamate termen�, ancora presenti in Val Taleggio, e che oggi segnano il confine tra i comuni di Vedeseta e Taleggio, testimonianza di una lunga serie di lotte tra i sudditi della signoria milanese e i veneziani.

 

La guerra dell'interdetto

 

Paolo V  Nel 1606 l'arresto, ordinato dal Consiglio veneziano dei Dieci, di due sacerdoti -un canonico e un abate- accusati di gravi reati comuni provocò un duro scontro fra la Serenissima e la Santa Sede, che si sentì oltraggiata nelle sue prerogative di stato confessionale e sovranazionale. La repubblica lagunare poteva contare su una lunga tradizione di autonomia politica che in altri Stati d'Italia, soggetti alla influenza spagnola, era sconosciuta, e non poteva accettare il principio -o la pretesa- che il clero costituisse un organismo sociale a sè, con un suo diritto e i suoi tribunali, immune dalla giurisdizione dello Stato. Per indurre i suoi avversari a più miti consigli, l'intransigente Paolo V (1605-1621) minacciò di scomunicare il doge, il Consiglio dei Dieci e tutte le autorità cittadine, e di sottoporre la città ad interdetto: per nulla intimidite, le autorità veneziane respinsero l'ultimatum papale, ed il pontefice mise in atto quanto aveva minacciato.

 

Paolo Sarpi   Ne nacque un aspro contenzioso, al quale diede un brillante contributo giuridico e polemico il dottissimo frate servita Paolo Sarpi (autore della celebrata Istoria del Concilio Tridentino), che nella sua qualità di consultore di stato difese con energia la posizione della Repubblica, accusando il Papato di violare i diritti di uno stato sovrano moderno: il potere del principe deriva direttamente da Dio, e non è sottoposto a nessun altro, nè il pontefice può arrogarsi il diritto di giudicare se le azioni di uno stato siano lecite o no; se così fosse, il principato laico non avrebbe più alcuna legittimità. Grazie alla paziente mediazione della Francia, si giunse infine ad un compromesso: Venezia fu liberata dall'interdetto ed i due preti arrestati furono affidati all'ambasciatore francese, il quale a sua volta li consegnò alle autorità romane; gli ordini religiosi che in obbedienza al diktat papale avevano abbandonato Venezia -gesuiti, cappuccini e teatini-, vi furono riammessi, ad eccezione dei gesuiti, considerati dalla Serenissima troppo vicini alla Santa Sede.

   

L'interdetto

 

   Secondo il diritto canonico, l'interdetto à una censura ecclesiastica, tale da sospendere tutte le pubbliche manifestazioni del culto e vietare (interdicere, appunto) la somministrazione dei sacramenti ad una intera comunità, grande o piccola che sia; non dissimile, in senso lato, dalla scomunica, che colpisce un individuo isolato, è tuttavia meno grave, perchè non comporta, data la sua natura di punizione collettiva, la perdita della grazia e la conseguente dannazione eterna dell'anima. L'interdetto poteva essere scagliato per diverse motivazioni - matrimonio illecito del signore di una comunità, violenze perpetrate dalla comunità contro edifici sacri, prestito ad interesse praticato da membri autorevoli delle classi dirigenti, abuso fisico o imprigionamento di chierici. In concreto, esso comportava: la sospensione dell'amministrazione dei sacramenti, eccettuati il battesimo e l'eucaristia per i moribondi; non era permessa l'inumazione delle salme in terra consacrata; la messa poteva essere celebrata solo in privato e una volta la settimana per permettere la consacrazione delle ostie per i morenti; la confessione si teneva fuori della chiesa, o nel vestibolo di essa; non venivano lette le Scritture.

Amedeo SALA, Luglio 2013

 

Il presente articolo è correlato all'escursione del 6 ottobre 2013