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Matilde di Canossa

 

Amedeo SALA, febbraio 2011

 

Excellentissima cometissa Mathilda

 

Matilde nasce nel 1046, forse a Mantova, ultimogenita di Bonifacio III di Canossa 'il tiranno', duca e marchese di Tuscia (Toscana), e della contessa Beatrice di Lotaringia, sorella di papa Stefano IX; rimasta vedova nel 1052 dopo l'assassinio del marito,Italy_1050 Beatrice sposa in seconde nozze il cugino Goffredo II il Barbuto duca di Lotaringia (1054); morta nel 1053 la sorella e nel 1055 anche il fratello, Matilde diviene unica erede dei Canossa. La famiglia, dinastia marchionale dell'Emilia e della Toscana, discendeva probabilmente da famiglie di gastaldi di origine longobardica, ed era, in quel momento, la più potente d'Italia. Sorta sotto l'egida degli Ottoni, imperatori di Germania, nella seconda metà del secolo X, ha come capostipite Atto Adalberto, figlio di Sigefredo de Comitatu Lucensi (Lucca); seguono Tedaldo (988-1012), Bonifacio (1012-1052), la sua vedova Beatrice di Lotaringia, e la figlia di questa, la Magna Comitissa Matilde, la Gran Contessa, con la quale la famiglia si estingue agli inizi del XII secolo. Grandi livellarii di terre ecclesiastiche, gli Attoni fondavano la loro potenza sulla classe dei milites che, terminata la dinastia, confluirono a Modena, Reggio e Mantova nella classe consolare al sorgere del Comune. Dopo una breve permanenza in Germania, Matilde ritorna coi genitori in Italia, ed è promessa sposa (1057) al figlio del suo patrigno, Goffredo detto 'il gobbo'. Celebrato in Lotaringia nel 1069, il matrimonio è infelice e sterile; il figlio natole nel 1071 morirì ancora in fasce, ma l'incompatibilità tra i coniugi, al di là della deformità fisica di Goffredo, è di natura politica: Goffredo si schiera con la fazione imperiale, i Canossa, per tradizione, sono sostenitori del papa. Matilde rientra in Italia alla fine del 1071 e, respinto ogni tentativo di riavvicinamento con Goffredo, chiede a Gregorio VII, appena insediatosi a Roma, di sciogliere il proprio matrimonio: da questo momento i rapporti con il pontefice si fanno sempre più stretti, sia sul piano politico, sia sul piano personale. Nel 1076, alla morte del marito, assassinato, e della madre, Matilde diviene marchesa (Mark-Gräfin) di Toscana, la più alta autorità in Italia dopo l'imperatore.

E' donna colta (sa scrivere e conosce tre lingue), di tenace, quasi fanatica devozione, non aliena da un uso spregiudicato e sagace del possesso di importanti reliquie di santi, che in quel tempo conferivano prestigio e autorità politica; strenua sostenitrice della riforma cluniacense e benevola verso i patarini, caccia i vescovi corrotti e indegni, infeudati dall'imperatore, per sostituirli con prelati nominati dal pontefice (proprio in quegli anni la riprovevole condotta di molti vescovi-conti spinse diverse città, desiderose di emanciparsi dalla pesante tutela dei loro signori feudali, a ribellioni non di rado sanguinose che si conclusero con l'uccisione o l'espulsione dei vescovi indegni). Fonda nel modenese i monasteri di Frassinoro, e nel reggiano di Marola; consolida quello di san Benedetto al Polirone (tra Po e Lirone), dove la Gran Contessa stabilì di essere sepolta, e numerosi ospizi per i poveri; abbellisce le cattedrali di Mantova, Modena, Bologna e Ferrara; le si attribuisce, anche se non con certezza, la fondazione delle chiese di s. Andrea Apostolo a Montefiorino, in provincia di Modena, di s. Giovanni Decollato a Pescarolo e Uniti, nel cremonese, di s. Maria Assunta a Monteveglio presso Bologna, di s. Martino Barisano a Forlì e di s. Zeno a Cerea (VR); potenzia il ruolo delle scuole cattedrali, accoglie intellettuali come Anselmo d'Aosta, l'arcivescovo di Canterbury costretto a lasciare la propria sede per contrasti con il re Guglielmo II d'Inghilterra; contribuisce in maniera non marginale alla nascita dell'università di Bologna.

 

 

Mathilda, communi nostra filia et beati Petri fideli ancilla

 

Forte, quasi assoluta, fu l'influenza esercitata su di lei, ferventissima cattolica, da parte di Gregorio VII, che la ebbe sempre al proprio fianco, e questo rese difficile la posizione della Gran Contessa sia nei confronti dell'imperatore, sia nei confronti dei suoi vassalli, che approfittarono dei contrasti tra Matilde e il suo superiore feudale per rivendicare maggiore autonomia, e delle città, che iniziano proprio in questo periodo la veloce transizione dal dominio feudale-vescovile a liberi Comuni. Se fino a tutto il 1079 Matilde cercò di attuare una politica di compromesso nei confronti del partito imperiale (era pur sempre nipote di Enrico III e cugina di Enrico IV) e di scaltra mediatrice tra questo e il pontefice, dopo il sinodo di Brixen del 1080 la sua posizione si fece quasi insostenibile: Enrico riprende in grande stile l'offensiva contro Gregorio, obbligandolo a lasciare Roma, e costringendo la sua devotissima alleata sulla difensiva. Morto Gregorio, Matilde perserverò nel suo appoggio alla fazione papale, sostenendo la ribellione del primogenito di Enrico, Corrado, contro il padre, e sposando, a quarantatre anni, Guelfo di Baviera: il matrimonio fu un fallimento, non solo sul piano personale ma soprattutto su quello politico, perchè Guelfo, come già il primo marito Goffredo, presto si accostò al partito imperiale, e alla contessa non restò che rafforzare la propria posizione in Italia, come testimonia anche la decisione di adottare come suo erede e successore il conte Guido Guerra II dei conti Guidi, una successione dai contorni non ben definiti, poichè Matilde aveva precedentemente donato il suo consistente patrimonio alla Chiesa. Solo con l'ascesa al trono di Enrico V (1111), incline a ricercare con la Chiesa una soddisfacente conciliazione, conciliazione che porterà al concordato di Worms nel 1122, i rapporti con il partito imperiale andarono normalizzandosi, e la bellicosa contessa, virago in armi e corazza,chiuse la sua avventurosa esistenza pacificamente, dedita all'amministrazione dei suoi vasti possedimenti e in pie donazioni, fino alla morte, avvenuta a Bondeno di Roncore il 24 luglio 1115. Sepolta nella badia di s. Benedetto al Polirone, le sue spoglie furono traslate nel 1632 a Roma per essere tumulate in uno splendido monumento sepolcrale, opera di Gian Lorenzo Bernini.

 

 

Le terre matildiche

 

Gli uffici imperiali che la Gran Contessa esercitava le provenivano dagli avi: Atto-Adalberto era entrato in possesso delle tre contee di Reggio, Modena e Mantova; e dal figlio di questi, Tedaldo, il padre di Bonifacio, eredità le contee di Brescia, Cremona, i comitati di Brescia e Bergamo; numerosi i beni allodiali in questi territori, oltre che nelle contee di Verona e di Parma, in Romagna e in Lotaringia, terra natale della madre (erano definite allodiali le terre possedute in libera proprietà, non ottenute da concessione regia: nei regni barbarici, fino alla instaurazione del sistema feudale, l'allodio -Handgemal- costituì il regime normale di proprietà della terra). A nord del Po i possedimenti di Matilde comprendevano Crema e arrivavano fino a Mantova, quasi a lambire la sponda meridionale del lago di Garda, e lungo la linea del basso corso dell'Adige confinavano con i limiti meridionali della marca di Verona e di Aquileia; a sud del Po, Guastalla, Brescello, Parma, Ferrara, Reggio, Luni; la Tuscia (l'attuale Toscana) con l'intera valle dell'Arno, Pistoia, Lucca, Firenze, Camaldoli, Vallombrosa, Arezzo, Siena, Corneto, Volterra, Cortona, Chiusi, Roselle, quasi ai confini dello Stato della Chiesa.

Protetti da una fitta rete di castelli, i vasti possedimenti a cavallo dell'Appennino che si estendevano su quasi tutta la Toscana a sud e comprendevano una parte della Lombardia meridionale occupavano una posizione strategica di cruciale importanza tra la pianura padana, allora gravitante nell'orbita imperiale, e le terre della Chiesa, posizione che la Gran Contessa non fu tarda a sfruttare con abilità e tenacia, imponendosi come una figura di primissimo piano nel difficile equilibrio di poteri tra l'imperatore di Germania e il pontefice romano nel tormentato periodo della lotta per le investiture. La costruzione, iniziata dagli Attoni, di un poderoso e capillare sistema fortificato per rafforzare la frontiera settentrionale dei loro dominii tra i fiumi Taro e Reno, si snodava su più linee di difesa, con asse ovest-est, a quote altimetriche differenti: una rocca importante come Bianello si affacciava sulla pianura, in posizione ideale per contrastare minacce provenienti dal settentrione, mentre Canossa, più all'interno e in posizione più elevata (578 m), costituiva il perno centrale della linea di difesa intermedia. Oltre ai castelli veri e propri, non erano di minore importanza i borghi fortificati e le pievi, la cui funzione, oltrechè spirituale, era anche difensiva: collegate ai castelli e radicate strategicamente nel territorio, costituivano parte integrante dell'organizzazione delle terre matildiche. La cessione del vasto patrimonio allodiale in Italia e in Lotaringia (i cosiddetti 'beni matildini') al pontefice -avvenuta in Roma nel 1079 o al più tardi nel 1080 "in Lateranensi Palatio"- fu causa di un lungo contenzioso, durato poco più di un secolo, fra i sovrani di Germania, che ne rivendicavano la proprietà come superiori feudali, la Chiesa e i Comuni.

 

 

La riforma gregoriana e la lotta per le investiture

 

Gli stretti legami che univano la Chiesa, dal X secolo profondamente secolarizzata, all'Impero, vennero spezzati nella seconda metà del Mille, con l'elezione al pontificato di Niccolò II, in un momento particolarmente critico per la compagine imperiale, scossa da violente agitazioni feudali e indebolita dalla minore età dell'imperatore Enrico IV di Franconia. Nel sinodo del Laterano (1059) il papa affrontò i principali problemi della Chiesa ispirandosi esplicitamente al programma di riforma elaborato dai monaci di Cluny: la moralizzazione dei costumi del clero, la lotta alla simonia e al concubinato, il rifiuto di riconoscere l'autorità dei vescovi corrotti, la diretta dipendenza del clero dal pontefice miravano al duplice scopo di emancipare una volta per tutte la 250px-Hugo-v-cluny_heinrich-iv_mathilde-v-tuszien_cod-vat-laChiesa dalla pesante tutela del potere dei sovrani e di sradicare le tendenze particolaristiche all'interno dell'organismo ecclesiastico che già si stava sbriciolando in un coacervo di chiese 'locali'. L'elezione del pontefice fu riservata ai soli cardinali, e soprattutto fu stabilito il più fermo divieto di ricevere cariche ecclesiastiche dalle autorità laiche: sarà il successore di Niccolò (e suo strettissimo collaboratore) Ildebrando di Soana, poi papa col nome di Gregorio VII (1073-1085), a rilanciare con la massima energia questo ambizioso programma nei Dictatus papae, una raccolta di ventisette proposizioni (1075) imperniate su un principio fondamentale: la superiorità del pontefice su tutti i sovrani, compreso l'imperatore, il cui potere politico era valido e legittimo solo se riconosciuto dal pontefice. La replica di Enrico non si fece attendere: nel sinodo di Worms (1076) i vescovi tedeschi accusarono il papa di aver fomentato con le sue iniziative il disordine politico e provocato una grave diminuzione del potere imperiale e lo dichiararono decaduto. Gregorio scomunicò e interdisse Enrico dal governo dei regni d'Italia e di Germania: la scomunica comportava la rescissione, de facto, di tutti i legami di fedeltà dei sudditi nei confronti dell'imperatore e quindi minava alla base la struttura stessa del sistema feudale, nel quale i rapporti personali di fedeltà avevano un ruolo fondamentale nel garantire la coesione e l'ordine sociali, già incrinati dalle frequenti ribellioni dei grandi vassalli tedeschi contro la corona.

Sospeso dal potere dai principi tedeschi riuniti nella dieta di Treviri, l'imperatore non perdette tempo: nel gennaio del 1077, quando già il papa, diretto in Germania, era giunto a Mantova, Enrico discese in Italia. La sua inaspettata comparsa intimidì Gregorio inducendolo a riparare a Canossa sotto la protezione della contessa Matilde ma, lungi dal ricercare uno scontro che in quel momento sarebbe stato quanto mai inopportuno, Enrico si fece pellegrino e supplice per invocare il perdono del pontefice: deposte le insegne imperiali, dopo tre giorni di penitenza ai piedi del castello venne finalmente ricevuto da Gregorio e ottenne, grazie alla mediazione della contessa Matilde e di Ugo, abate di Cluny, la revoca della scomunica, ma non la piena reintegrazione dei propri poteri, condizionata al consenso dei grandi feudatari dell'Impero. Al di là dei particolari più o meno leggendari che lo hanno abbellito, l'episodio, se considerato nel contesto dei costumi e della mentalità del tempo non è così degradante come può sembrare a prima vista, e va anzi ascritto all'abilità politica di Enrico, la cui umiliazione -formale e temporanea- spianò la strada ad una rinvigorita iniziativa imperiale in Germania: sebbene i suoi avversari gli opponessero un anti-re, lo svevo Rudolf von Rheinfelden, sostenuto da Gregorio, Enrico riuscì ad averne facilmente ragione a Merseburg, in Sassonia. Il successo gli permise di riprendere su vasta scala, in Germania e in Italia, le investiture dei vescovi per circondarsi di seguaci fedeli e tenere a bada l'inquieta aristocrazia laica: scomunicato una seconda volta dal papa nel 1080, l'imperatore convocò un nuovo sinodo a Brixen (Bressanone) nel quale fece deporre Gregorio ed eleggere in sua vece Wiberto, arcivescovo di Ravenna e cancelliere regio in Italia, col nome di Clemente III; sceso in Italia poco dopo, insediò a Roma il suo antipapa e si fece da questi incoronare imperatore (1083-1084). Assediato per breve tempo a Castel sant'Angelo, Gregorio fu liberato da una schiera di Normanni capeggiati da Roberto il Guiscardo che dopo avere saccheggiato la città, lo condusse a Salerno dove morì nel 1085. "Amai la giustizia, odiai l'iniquità, per questo muoio in esilio" sarebbero state le ultime parole dello sconfitto Gregorio, ma il successo del suo grande avversario fu effimero: un po' dovunque la riforma gregoriana aveva messo radici, e nella stessa Germania il monastero di Hirsau, nel Württemberg, seguace della regola cluniacense, condusse una vivace campagna in favore della riforma, ostacolando con efficacia la politica dell'imperatore e creando attorno alla sua persona una clima di crescente ostilità; travolto da un'ennesima rivolta di feudatari, alla quale partecipò anche il suo stesso figlio secondogenito Enrico, l'imperatore dovette lasciare il trono (1104) e riparare a Liegi, ove morirì nel 1106. Sedici anni più tardi, a Worms, venne stipulato uno storico concordato tra Enrico V e papa Callisto II che metteva fine alla lunga controversia: l'investitura vescovile era privilegio del pontefice, l'imperatore conservava la facoltà di conferire al vescovo incarichi politici; soltanto in Germania l'investitura secolare, che doveva aver luogo dinnanzi al sovrano o a un suo rappresentante, aveva la precedenza su quella religiosa, mentre in Italia e in Borgogna la procedura era inversa e la nomina episcopale restava una cerimonia esclusivamente religiosa.

 

 

Res gestae Mathildis ab A.D. MLXXX

 

1080 un esercito di feudatari dell'Impero e di Lombardi partigiani del re sconfigge a Volta, presso Mantova, le truppe di Matilde: iniziano le prime defezioni dei suoi seguaci; particolarmente grave, per la Contessa, la perdita di Lucca;

1081 Enrico IV è a Milano, e di là, evitando la Tuscia, avanza verso Roma, ma le porte della città sono chiuse, e ritorna verso nord: a Lucca, Enrico dichiara Matilde, colpita da bando imperiale "per lesa maestà (rea maiestasis imperialis) e decaduta nei suoi diritti e possedimenti"; abbandonata da quasi tutti i suoi vassalli, Matilde si arrocca in Canossa;

1082 Enrico risale la valle dell'Arno e assedia inutilmente Firenze; Matilde concederà alla città, aperta sostenitrice della causa papale, il primo riconoscimento dell'autonomia comunale; la contessa, in gravi difficoltà, fa fondere il tesoro della chiesa di Canossa e spoglia il convento di Nonantola delle sue ricchezze per inviarne il ricavato a Roma;

1083 Enrico conquista finalmente Roma, e l'anno successivo è incoronato imperatore;

1085 a Sorbara, nel Modenese, Matilde, alla testa delle proprie truppe, infligge agli imperiali e ai soldati dei vescovi 'scismatici' Everardo di Parma e Gandolfo di Reggio gravi perdite; morto Gregorio VII, sostiene il suo successore, Vittore abate di Montecassino, contro l'antipapa Wiberto;

1087 muove contro Roma, alla testa di un esercito, per insediarvi Vittore;

1088 alla morte di papa Vittore, invia i suoi delegati al conclave per l'elezione di Urbano II;

1089 a 43 anni, Matilde sposa in seconde nozze -caldeggiate anche dal nuovo pontefice- il diciassettenne Guelfo V duca di Baviera: è un matrimonio puramente politico e non consumato (Matilde non riconoscerà mai al giovanissimo marito alcun diritto coniugale) inteso a rafforzare il fronte antiimperiale;

1090 Enrico ridiscende in Italia, conquista Verona e procede verso le terre di Matilde;

1091 la Contessa è assediata col marito a Mantova, e deve lasciare la città; prepara alla difesa le sue rocche nelle contee di Modena e di Reggio per fronteggiare la discesa di Enrico;

1092 Matilde lascia Canossa per Bianello: le sue truppe sconfiggono gli imperiali tra Bianello (oggi Quattrocastella, in provincia di Reggio Emilia) e la rocca di Canossa; Monteveglio, nel bolognese, resiste per quattro mesi all'assedio delle truppe di Enrico, che sono costrette a ritirarsi, ma Enrico controlla gran parte delle contee di Reggio e di Modena;

1093 Corrado, primogenito dell'imperatore, è incoronato a Monza re d'Italia con l'appoggio di Urbano II, di Matilde e di una lega di città lombarde;

1095 Matilde e il marito si separano;

1097 Enrico lascia definitivamente l'Italia;

1099 ribellatosi Corrado, anche per istigazione della contessa, Enrico IV incorona il secondogenito Enrico re di Germania; Matilde, giunta al massimo della sua potenza politica e militare, raduna un imponente esercito di vassalli toscani e lombardi, comandato dal conte Guido, da poco nominato suo erede e 'margravio di Tuscia', per aiutare papa Pasquale II a combattere Wiberto -l'antipapa Clemente-, che viene sconfitto ad Alba;

1101 muore a Firenze Corrado: sulla sua fine pesa il sospetto (mai comprovato) di avvelenamento, ordinato dalla stessa Matilde; con l'aiuto di una flotta ravennate e veneziana sottomette Ferrara, che si era ribellata al suo dominio;

1102 la contessa rinnova l'atto di donazione di tutti i suoi possedimenti allodiali alla Chiesa "al di qua e al là delle Alpi", conservandone l'usufrutto sino alla morte;

1104 - 1105 forte dell'appoggio di papa Pasquale II, anche Enrico di Germania si ribella al padre;

1104 Matilde si impadronisce di Parma, che le permette di tenere sotto controllo il transito di Monte Bardone, la 'strada Romea';

1106 con l'insediamento del vescovo Bertrando Uberti la città e la diocesi di Parma sono definitivamente assicurate al partito papale; Enrico è riconosciuto ufficialmente re di Germania;

1111 Enrico V, incoronato imperatore in Italia, si incontra a Bianello con Matilde, che lo nomina erede universale delle sue fortune: Matilde è nominata 'reggente imperiale in Liguria e Toscana';

1114 prepara una spedizione contro i Mantovani che, alla falsa notizia della sua morte, le si sono ribellati distruggendo la rocca di Rivalta: sottomessisi spontaneamente, li perdona;

1115 morte di Matilde: l'anno successivo, Enrico prende possesso dei beni della contessa.

 

Matelda è Matilde?

 

In Matilde di Canossa i più antichi commentatori danteschi (il Lana, Pietro Alighieri, l'Anonimo fiorentino, Benvenuto da Imola) hanno voluto riconoscere la Matelda che accompagna Dante nel Paradiso terrestre (Pg XXVIII 40 sgg.), ma contro tale identificazione si sono appuntate le critiche dei moderni studiosi, fondate sull'evidente incompatibilità tra la militanza politica della Gran Contessa e gli ideali imperiali di Dante, nonché sull'età di questa all'epoca della morte, incompatibile con la rappresentazione della giovane donna gentile descritta da Dante; non conclusive altre interpretazioni, che identificherebbero questo personaggio con Matilde di Germania -la santa regina Mechtild, moglie di Enrico I l'Uccellatore e madre di Ottone I il Grande-, con Matilde di Magdeburgo, la mistica sassone fattasi beghina a Magdeburgo nel 1230, e con Matilde di Hackeborn (Helfta, Sassonia, 1240 ca - 1300 ca), mistica benedettina che, pur mai canonizzata, morì in concetto di santità e fu maestra di santa Gertrude.

 

 

Documenti

 

"Enrico re non per usurpazione ma per sacra ordinazione di Dio a Ildebrando, non più papa ma falso monaco. Per tua vergogna hai meritata questa forma di saluto, tu che nella Chiesa non hai tralasciato occasione di disdoro anziché di onore, di maledizione anziché di benedizione. Per indicare, tra i molti esempi, solo pochi e importanti, non soltanto non hai avuto timore di non toccare come unti del Signore i rettori della Santa Chiesa, arcivescovi, vescovi, preti, ma li hai calpestati sotto i tuoi piedi, come servi ignari di ciò che fa il loro padrone. Opprimendoli, ti sei accattivato il favore del volgo. (...) Si può davvero pensare che il beato Gregorio, il cui nome tu usurpi, a te si riferisse profeticamente quando asseriva: "Talvolta per il numero dei fedeli l'animo del pontefice si esalta al punto che egli crede di sapere più di ogni altro, perchè è più potente di noi". E noi, che ci siamo adoperati per difendere l'onore della sede apostolica, abbiamo sopportato tutto questo. Ma tu hai creduto che la nostra umiltà fosse timore e non ha temuto di ergerti contro il potere regio che ci è stato concesso da Dio, e hai osato di toglierlo a noi: come se noi avessimo ricevuto il regno da te, come se il regno o l'imperio sia nella tua mano e non in quella di Dio. (...) Per questi gradi ti sei innalzato: anzitutto con l'astuzia, che non si concilia con la professione monastica, ti sei procurato il danaro, col danaro il favore, col favore le armi, con le armi il seggio della pace, e dal seggio della pace hai turbato la pace, armando i fedeli contro i prelati, insegnando a disprezzare i nostri vescovi chiamati da Dio, tu che non sei stato chiamato (...). Anche me, che benchè indegno sono consacrato a regnare tra i cristiani, hai colpito, mentre io, secondo quanto insegna la tradizione dei santi padri, non posso essere giudicato che da Dio solo, e soltanto per delitto di fede -non sia mai- potrei esser deposto (...). Lo stesso vero papa san Pietro proclama: "Temete Dio e onorate il re", e tu, che non temi Dio, nella mia persona disprezzi il suo precetto... e Paolo, che non risparmia nemmeno l'angelo del cielo se predica diversamente, non fa eccezione per quelli come te che predicano l'errore. Egli dice: "Anatema contro chiunque, sia un angelo o io stesso, vi predicherà un diverso evangelo!". Tu dunque sei colpito da questo anatema e condannato dal giudizio di tutti i nostri vescovi e nostro; scendi, abbandona l'usurpata sede apostolica; altri salga sul soglio di Pietro, che non occulti la violenza sotto alcuna religione, ma insegni la sana dottrina di san Pietro. Io, Enrico re per grazia di Dio, io ti dico con tutti i miei vescovi: Scendi, scendi, dannato nei secoli!". (Lettera di Enrico a papa Gregorio del 27 marzo 1076 )

 

"Poichè ci è noto che in molte parti si fanno investiture ecclesiastiche da parte di persone appartenenti allo stato laicale contro le istituzioni dei santi padri e da ciò procedono per la Chiesa disordini molti, che deprimono la cristiana religione, stabiliamo: che nessun prete riceverà l'investitura di un vescovato, di un'abbazia o di una chiesa dalla mano dell'imperatore o di un re o di altra persona appartenente allo stato laicale, uomo o donna; che se avrà creduto di poterla ricevere, riconosca che l'investitura è nulla per l'apostolica autorità, e che egli stesso è soggetto alla scomunica finchè non avrà data adeguata soddisfazione". (dalle Costituzioni del Sinodo del 19 novembre 1078 in Gregorii VII Registrum, 1. VI)

 

 

Nota

 

Le fonti sulle vicende che ebbero come protagonista Matilde non sono poche, ma hanno valore assai disuguale, e oscillano tra l'esaltazione santificante, come quella di Donizone, e la raccolta di particolari malevoli, quando non chiaramente erronei, come quella di Landolfo di Milano, e quasi tutte sono carenti sul piano della cronologia. La più famosa, composta in forma poetica -2800 versi- tra il 1111 e il 1116 dal benedettino Donizone (Vita Mathildis celeberrimae principis Italiae carmine scripta Donizone presbytero qui in arce canusiana vixit) è fonte di una certa importanza perchè l'autore fu testimone oculare di molti dei fatti, ma fortemente parziale, dal tono agiografico, e omette tutti quei particolari, come i due matrimoni contratti da Matilde o la sua fuga da Mantova, che potrebbero nuocere all'immagine della sua eroina.

 

 

Bibliografia

 

Robert Davidsohn, Storia di Firenze, Vol. I, Firenze 1956 - (Geschichte von Florenz, Band I, Berlin 1896-1927)

Alfred Overmann, La contessa Matilde di Canossa, Roma 1980 (Gräfin Mathilde von Tuscien - Ihre Besitzungen - Geschichte ihres Gutes von 1115-1230 und ihre Regesten, Innsbruck 1895)

Donizone di Canossa, Vita di Matilde di Canossa (Vita Mathildis o Acta Cometissae Mathildis), Milano 2008.

Monumenta Germaniae Historica, Constitutiones et acta imperatorum er regum, I, a cura di L. Wieland, Hannover 1893

Monumenta Germaniae Historica, Epistolae Selectae, a cura di E. Caspar, Berlino 1967

Enciclopedia dantesca, vol. III, Roma 1971

Amedeo SALA, febbraio 2011

 

Il presente articolo è correlato all'escursione "Rocca di Canossa" del 20 marzo 2011