gototopgototop

 La cintura di ferro degli Altipiani:

le fortezze austro - ungariche della 1a Guerra Mondiale

Amedeo SALA, Lunedì 15 maggio 2006 ore 20:45

 

I Forti Belvedere, Busa Verle e Spitz Verle -meta della nostra escursione-, costituivano tre importanti capisaldi della linea difensiva austro-ungarica nella Prima Guerra mondiale, e fronteggiavano analoghe strutture collocate poco più a sud, a protezione della fronte italiana (Forte Campomolòn, Forte Verena).

 

Un po' di Storia...

 

Che cosa spinse due alleati, chè tali erano dal 1882, Italia e Austria-Ungheria (alleanza che includeva anche la Germania), a temersi come nemici? I rapporti tra le due Potenze, fino allo scoppio della Grande Guerra, furono improntati a correttezza, ma non a cordialità: in entrambi i Paesi erano ancora vive le memorie delle guerre combattute tra 1848 e 1866, e in Italia non Gianni Pieropanmancavano politici e intellettuali favorevoli all'annessione dei territori più orientali della penisola, Trentino e Venezia Giulia, e inclini a ricercare una soluzione, se non militare, almeno diplomatica che portasse alla loro inclusione nello stato italiano; vi era anche chi, deluso dell'esito politico del Risorgimento, sognava una grande guerra di liberazione (irredentisti) o di conquista (nazionalisti) che completasse l'unità nazionale. Conclusasi la terza guerra di indipendenza del 1866, con l'annessione del Veneto da parte italiana, l'Austria sconfitta, scrive G. Pieropan, "aveva finito per accaparrarsi ciò che soprattutto le interessava: vale a dire la porta orientale spalancata dall'Isonzo sulla pianura friulana e soprattutto quella occidentale, in apparenza meno praticabile ma potenzialmente ancora più minacciosa, rappresentata dal saliente prealpino fra Adige e Brenta. In definitiva, il confine stabilito nel 1866 si nutriva soprattutto del sospetto reciproco, con gli inevitabili rancori da una parte per quella che veniva considerata un'indebita sottrazione, ma con altrettanti e ancor maggiori motivi di rammarico dall'altra per il sofferto complesso della prevaricazione subita". L'Austria non intendeva intavolare negoziati con il governo italiano e pretendeva il mantenimento dello status quo, ma in seno all'alto comando imperiale prevalse l'opinione di chi, come il feldmaresciallo FranzFranz Conrad von Hotzendorf, considerava inevitabile un conflitto con l'Italia, alleato infido, e insisteva per prepararvisi con ogni mezzo, se necessario ricorrendo ad un attacco preventivo nella pianura vicentina. Nè Francesco Giuseppe nè il suo ministro degli esteri FrancescoGiuseppeavallarono tale iniziativa, giudicandola disonorevole e pericolosa, ma venne comunque deciso di costituire quanto prima un efficiente sistema di sbarramento per contenere i possibili attacchi italiani nelle vallate del Trentino e del Sudtirolo. Nel 1907, Conrad, da due anni capo dello Stato maggiore militare imperiale, avviò la costruzione di un poderoso sistema fortificato sugli Altipiani a protezione della fronte trentina, comprendente, partendo da est, Forte Dosso delle Somme, Forte Sommo Alto e Forte Chele a Folgaria, Forte Belvedere a Lavarone, Forte Lusern (Campo) a Luserna, con un piccolo ma potente avamposto, Overwiesen, appena 300 metri più a sud, e i Forti Busa Verle e Spitz Verle nella zona delle Vezzene; nei pressi di Virti, frazione di Lavarone, era situato il Comando tattico di settore. Un centro di collegamento ottico, sul Monte Rust/Horst (m 1282), sopra Virti, assicurava le comunicazioni tra le sette fortezze mediante segnali luminosi; la logistica, intelligentemente pianificata, era garantita da un funzionale sistema di teleferiche con le retrovie della Val Lagarina e della Val Sugana. Altimetricamente più bassa della rispettiva linea di fortezze italiane (1550 m circa contro 1815), la cintura si sviluppava per quasi 50 chilometri, ed era integrata da numerosi punti d'appoggio per la fanteria, batterie di artiglieria campale e da montagna, postazioni di mitragliatrici e trinceramenti che la rendevano pressochè impenetrabile ad un attacco frontale. Gli Italiani non rimasero inoperosi: consci della preparazione militare del potenziale avversario e dell'importanza strategica degli Altipiani, che gravitavano geograficamente sulla pianura vicentina, iniziarono, dal 1910, l'edificazione di nuove fortezze per potenziare una linea difensiva vulnerabile e dotata di poche e tecnicamente sorpassate costruzioni (Forti Maso e Ratti), non più impiegando, come in passato, pietrame e cemento, ma calcestruzzo e acciaio; in pochi anni vennero edificati i Forti Campomolon, Campolongo, Verena, Lisser, Corbin, Enna: strutture finalmente all'altezza di analoghe realizzazioni europee, ma ancora carenti per quanto concerne la qualità delle artiglierie di piccolo calibro e delle blindature. Agli inizi del 1914 si erano così costituite, a ridosso dell'allora confine di stato italo-austriaco, due linee fortificate contrapposte, votate essenzialmente alla difesa, ma anche, come per gli Italiani durante le prime settimane di guerra, e per gli Imperiali, con la Strafexpedition del maggio 1916, utile teste di ponte in caso di operazioni offensive.

 

... e un po' di Tecnica

 

Ispirate, tecnicamente e tatticamente, a parametri ben precisi, le opere di sbarramento in montagna erano quasi sempre ubicate in posizione elevata, anche a quote superiori a 1700-1800 metri, per garantire una certa immunità dal tiro nemico e per meglio dominare i fondovalle; la costruzione, su due o tre livelli, impiegava come materiali il calcestruzzo armato (fino a 3 metri di spessore) e l'acciaio per la massima resistenza strutturale; la necessità di realizzare opere dalle dimensioni schneider_lgpiù ridotte possibili imponeva particolari accorgimenti nell'occultamento, che sfruttava al massimo le ondulazioni del terreno e la conformazione del rilievo. L'armamento principale, quasi sempre costituito da quatro cannoni di medio calibro idonei al tiro di controbatteria e Sezione cupola 1acontro bersagli animati (uomini e carriaggi), era installato in pozzi scavati nella roccia, e protetto da cupole corazzate rotanti di ridotto profilo per resistere all'impatto diretto dei medi calibri (95-210 mm), ma non invulnerabili al tiro ficcante di obici e mortai pesanti. Cannoni di piccolo calibro, mitragliatrici, riflettori e reticolati assicuravano la difesa ravvicinata. Le fortezze italiane utilizzavano artiglierie più potenti di quelle impiegate dai loro avversari (Schneider e Armnstrong calibro 149 mm.), sistemate in cupole dal caratteristico profilo ellittico, la cui corazzatura era però di spessore minore di quella adottata dagli austriaci (max 14-16 cm); particolare che, insieme con la progettazione meno brillante delle strutture murarie e la disposizione delle cupole stesse, spiega la maggiore vulnerabilità delle opere italiane al tiro nemico, tutte, alla fine del 1916, distrutte o abbandonate.

 

Forte Belvedere (Werk Gschwent)

 

- Iniziato nel 1908 e completato nel 1914, appena in tempo per prendere parte all'imminente conflitto, sorge nei pressi della frazione di Lavarone/Cappella, sulla spianata sommitale di un marcato risalto roccioso che domina, sul versante ovest, l'Altopiano di Lavarone e la valle dell'Astico fino alla stretta di Barcarola, e sul versante sud, in sintonia con il Forte Chele (Werk s. Sebastiano), l'Altopiano dei Fiorentini. Costruito con grande dovizia di mezzi, è la struttura tecnicamente più avanzata tra quelle presenti su questo tratto della fronte italo-austriaca, e la sua funzione era sottolineata dall'orgogliosa impresa della quale si fregiava: "Per Trento basto io".

Il Forte (approssimativamente lungo 200 metri e largo 100) è caratterizzato da un avancorpo a forma di cofano, separato dal blocco principale da un fossato profondo circa 7 metri e largo circa 10: i collegamenti erano garantiti da camminamenti sotterranei (poterne) profondi fino a 24 metri. L'edificio principale si articola su tre livelli: il piano terra

Forte_belvedere_lavarone

ospitava tutti i servizi logistici essenziali: la centrale elettrica con il suo gruppo elettrogeno, il locale accumulatori, la polveriera, la stazione telefonica, i depositi d'acqua, di carburante e di legna, la camera mortuaria, le latrine, la lavanderia, la cucina e il forno, l'ufficio del comandante e l'alloggio per gli ufficiali, il corpo di guardia: dal piano terra partivano i camminamenti sotterranei per le postazioni avanzate. Al primo piano era alloggiata la truppa in tre camerate, vie erano due depositi per le armi leggere e le derrate, la sezione sanitaria (infermeria, pronto soccorso e stanza per l'ufficiale medico), una latrina; al secondo piano si trovavano l'osservatorio, due camerate per la truppa, due depositi viveri, i magazzini per il materiale dell'artiglieria, del genio, degli attrezzi, una latrina. La copertura, in calcestruzzo supportato da tre strati di putrelle di ferro da 40 cm di sezione, ha uno spessore di 2.60 m: anche i solai interni sono in calcestruzzo, rinforzato da profilati in ferro di 30 cm di sezione, imbullonati tra loro per ottenere maggiore rigidità e più elevata resistenza al tiro delle artiglierie. L'armamento era costituito da 3 obici da 100 mm in cupole d'acciaio -spesse 25 cm- rotanti su cuscinetti a sfera, disposte quasi in parallelo all'asse longitudinale ovest-est del forte e spaziate 19 m tra loro, e da 2 cannoni da 80 mm alloggiati in una casamatta corazzata; la difesa ravvicinata era costituita da 4 cannoni da 60 mm in casamatta e da 22 mitragliatrici abbinate in ripari blindati,

Lavarone_Forte_Belvedere_1920

da trincee, reticolati e proiettori.La guarnigione, oltre al comandante, 3 ufficiali subalterni e 138 artiglieri, comprendeva 60 Landesschutzen (la milizia territoriale tirolese). Posizione e importanza ne fecero un obiettivo prioritario per l'artiglieria italiana dell'antistante Forte Campomolòn, che lo bombardò ripetutamente fin dai primi giorni di guerra, danneggiandolo e infliggendo non poche perdite umane al suo presidio, ma l'eccellente costruzione non perdette mai la sua efficienza: i suoi cannoni impegnarono validamente quelli avversari, e in una occasione diressero perfino il loro tiro contro una fortificazione 'amica', il 28 maggio 1915, quando il Forte Lucerna (Werk Lusern), duramente provato dal cannoneggiamento italiano, issò la bandiera di resa. Riparati i danni (un proietto da 280 mm perforò una delle cupole rimanendovi incastrato senza esplodere) fu rimesso in pieno assetto di combattimento dopo la Strafexpedition della primavera del 1916, perchè assicurava il controllo della sottostante Val d'Astico. La sua storia bellica, conclusasi la breve "guerra dei forti", termina qui: a differenza delle altre installazioni della zona, ha conservato quasi del tutto la sua fisionomia originaria, perchè gli è stata risparmiata la demolizione, decisa negli anni trenta dal governo italiano, in regime di autarchia, per ricuperare il ferro delle sue travature metalliche.

 

Forte Verle (Werk Verle)

 

- Situato poco ad est del Passo di Vezzena, sopra un dosso ora completamente ricoperto di vegetazione (m 1504), aveva lo scopo di sbarrare l'accesso dalla Val d'Assa verso Monterovere e Lavarone. Iniziato nel 1907 e completato nel 1914, si sviluppava su due corpi: il blocco casematte e l'opera principale (batteria). Forte_VerleIl blocco casematte, lungo un centinaio di metri, alla cui estremità ovest erano collocate quattro mitragliatrici abbinate in postazioni blindate che tenevano sotto tiro la mulattiera che saliva all'Altopiano, era munito, nella testata rivolta a sud-est, di due cannoni da 80 mm che battevano il nodo stradale di malga Malù e Vezzena, e incrociavano il loro tiro con quello del Forte Lusérn (Forte Cima Campo). L'opera principale, a forma di cuneo, lunga circa 55 metri, alloggiava 4 obici da 100 mm Skoda in cupole corazzate (25 cm di acciaio) e girevoli; tra la prima e la seconda cupola una piccola casamatta, armata di una coppia di mitragliatrici, fungeva da osservatorio e direzione del tiro. Dirimpetto, oltre il fossato frontale, una casamatta in controscarpa, collegata con una galleria sotterranea al corpo principale, batteva d'infilata il fossato con 4 cannoni da 60 mm e 2 mitragliatrici. Il presidio comprendeva, oltre al comandante, 8 ufficiali subalterni, 187 artiglieri e 50 Landesschutzen. Alle vicende belliche del Verle presero parte due ufficiali d'eccezione: il gardenese Luis Trenker di Ortisei, alpinista, scrittore e regista, e Fritz Weber, allora aspirante tenente d'artiglieria, che della strenua difesa del Forte lasciò una vivida testimonianza in un suggestivo libro autobiografico -divenuto un classico della memorialistica sulla Grande Guerra-, intitolato Das Ende einer Armee (La fine di un esercito: nella traduzione italiana, Tappe della disfatta). Fungendo da perno centrale nella disposizione difensiva dell'altopiano, fu oggetto di bombardamenti assai intensi: in un anno di guerra, fino al 21 maggio 1916, venne raggiunto da 1710 granate da 305 mm e 3135 da 280 mm, più quelle di medio calibro sparate dalle batterie mobili italiane e dal 'dirimpettaio' Forte Verena. A questo diluvio di colpi, che misero a durissima prova la guarnigione e il suo comandante, gli imperiali risposero bersagliando il nemico con quasi 20.000 proiettili, e tenendo sotto scacco i ripetuti assalti delle fanterie del battaglione alpini Bassano e della brigata Ivrea, che subirono perdite elevatissime nel tentativo di conquistarlo. L'impossibilità dell'investimento diretto indusse gli italiani a contemplare il progetto di farlo saltare in aria costruendo una lunga galleria di mina, progetto frustrato dall'inizio della Strafexpedition, che il Forte sostenne dirigendo il tiro delle sue artiglierie a copertura delle fanterie del III Corpo d'armata imperiale che tra il 20 e il 21 maggio 2016 si aprirono la strada verso Asiago.

 

Forte Spitz Verle (Werk Vezzena)

 

- A 1908 metri di quota, sulla cima del Pizzo di Levico, punta massima della dorsale che chiude verso settentrione l'Altopiano dei Sette Comuni, si ergono i resti di quello che fu il più importante osservatorio austriaco della zona, 'l'occhio dell'Altopiano', altrimenti noto come der Kofler, 'il baule', per via dello sporto collocato a nord-est del suo fronte di gola. Ultimato nel 1908, dominava l'intera testa di valle dell'Assa e l'Altopiano stesso: Forte_Spitz_Verledisponeva di un cannone a tiro rapido di piccolo calibro, di una cupola girevole con doppie feritoie per mitragliatrici e di due casematte blindate, sempre per mitragliatrici, e vi si accedeva percorrendo una mulattiera di 6 km. Come gli altri Forti, subì l'offesa delle artiglierie italiane che nei primi mesi di guerra lo danneggiarono ripetutamente e gravemente, mai tanto, però, da renderlo inutilizzabile, perchè la sua posizione non lo rendeva un facile bersaglio: molti proiettili, infatti, lo sorvolarono senza colpirlo, abbattendosi su alcuni abitati della sottostante Valsugana (fraz. S Giuliana), che dovettero essere sgombrati. Due volte gli italiani tentarono di conquistarlo: nella notte del 30 maggio 1915, nel corso dell'offensiva condotta dalla 34a divisione di fanteria, il Forte fu attaccato dalla 63a compagnia del battaglione alpini Bassano, che non riuscì a superare i reticolati e il fuoco di sbarramento delle mitragliatrici; gli assalitori dovettero accontentarsi dell'occupazione di un piccolo caposaldo antistante il Forte, Spitz Leve. Un secondo e più ambizioso tentativo venne effettuato nella notte del 24 agosto 1915, in sintonia con l'attacco sferrato dalle brigate Ivrea e Treviso nella piana di Vezzena: dopo un bombardamento protrattosi per quasi dieci giorni, reparti del battaglione alpini Val Brenta si slanciarono all'assalto, ma ancora una volta reticolati e mitragliatrici ebbero la meglio sugli attaccanti, che dovettero ripiegare al calar della notte. Al passo di Vezzena (m 1417, rifugio) un cippo, collocato nel 1936, ricorda il generoso quanto inutile sacrificio dei soldati italiani con queste parole:

"Nella notte del 24 agosto 1915 / i fanti del 115° Treviso / tentando / con pertinace impeto / la via di Trento / su questo colle / votarono / vita e sangue / La vittoria redentrice / ufficiali 45, fanti 1042".

 

Bibliografia

 

Curami Andrea e Massignana Alessandro (acd), L'artiglieria italiana nella Grande Guerra - Vicenza 1998

Lichem, Heinz von, La guerra in montagna 1915-1918, vol. II - Bolzano 1995

Mattalia Umberto, La guerra dei forti sugli altopiani 1915-1916 - Vicenza 1989

Pieropan Gianni, Guida alle fortezze degli Altipiani - Vicenza 1988

Weber Fritz, Tappe della disfatta - Milano 1963

 

Per Approfondimenti:

www.kaiserjaeger.com/it/Lafraun/werk_gschwent_Home_Page_t.htm

 

Amedeo SALA, Lunedì 15 maggio 2006 ore 20:45

 

 

Il presente articolo è correlato all'escursione del 27 maggio 2006

 

 

 

28-5-06 Forte - Buse Verle Lavarone

 

 

Allegati:
Scarica questo file (Fortezze.pdf)Fortezze.pdf[ ]52 Kb