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Quel che accadde tra il cardinal Cusano e la badessa Verena negli anni del Signore 1452-1458

Amedeo SALA, luglio-agosto 2010

 

Per sette lunghi anni, il convento benedettino di Sonnenburg (oggi Castel Badia) CastelBadia1fu al centro di un aspro conflitto tra il cardinale arcivescovo di Bressanone, Nicola Cusano, e Verena von Stuben, badessa del monastero:  che cosa spinse Cusano (Kues sulla Mosella 1401 - Todi 1464), la figura forse più eminente della cultura e della spiritualità quattrocentesche, teologo e filosofo insigne, a impegnarsi con tanta ostinazione in un lotta senza quartiere -dalla quale uscì sconfitto- contro una piccola comunità di suore? I motivi sono essenzialmente due: l'urgenza, ormai improcastinabile, di riformare gli istituti religiosi di una Chiesa bisognosa di riforme radicali per riconquistare la sua perduta spiritualità, e la volontàdi riaffermare l'autonomia del principato ecclesiastico, emancipandolo dalla sempre più pesante tutela dei signori laici dell'aristocrazia. Per meglio comprendere gli sviluppi della complessa vicenda, dobbiamo risalire nei secoli, addentrandoci alquanto nella storia del Tirolo medievale.

 

Il principato vescovile

 

Istituito nel 1027 dall'imperatore Corrado II, il principato vescovile, ai cui dignitari l'imperatore Federico I di Hohenstaufen aveva concesso il titolo di "principi dell'Impero", con i relativi privilegi di battere moneta, di esercitare il potere giurisdizionale e doganale, pur non coprendo un'area geografica molto vasta -circa un migliaio di kmq- Monastero_sonnenburgesercitava la sua autorità su distretti diversi, che comprendevano Bressanone, con le giurisidizioni ad esso collegate di Albes, Monteponente, Villa Mayer, Vandoies di Sotto (Untervintl) e Luson; Brunico, col giudizio di Anterselva; Chiusa, con i giudizi di Latzfons, Verdignes, Velturno, Tires; i tre distretti ladini di san Martino in Badia (Thurn), Fassa e Livinallongo, più due possessi esterni ai suoi confini regionali, il giudizio di Andraz, con la sua fortezza quasi alle porte di Lienz, e la grande proprietà immunitaria (un castello, una trentina di masi e numerosi bandi forestali) di Veldes, l'odierna Bled, in Carniola; un territorio decisamente frazionato, non facile a controllarsi, e sul quale s'appuntavano sempre più gli interessi dei potenti principi territoriali della dinastia asburgica, che dal 1363 avevano acquisito la contea di Tirolo, e che miravano a sostituirsi, de facto se non de jure, alla declinante autorità dei signori ecclesiastici di Trento e di Bressanone.
Resosi vacante il vescovato di Bressanone per la morte di Johann V Röttel il 28 febbraio 1450, il Capitolo del Duomo, dietro pressione del duca Sigismondo IV d'Asburgo (1446-1490), il 14 marzo 1450 scelse come successore il cancelliere di costui, Leonhard Wiessmayer, ma papa Niccolò V, ignorando le decisioni del Capitolo, nominò Cusano arcivescovo di Bressanone il 23 marzo. Insediatosi nella sua nuova diocesi ai primi di aprile del 1452, e constatatene le precarie condizioni, subito il nuovo arcivescovo si mostrò risoluto a farne un episcopato efficiente, prefiggendosi di risanarne in tempi brevi le finanze, restaurarne la declinante moralità, di esercitare un ferreo controllo sui subordinati, e di tutelare con ogni mezzo l'indipendenza del principato vescovile nei confronti dell'aristocrazia tirolese, indipendenza che i predecessori di Cusano non avevano saputo o voluto difendere.

 

L'abbazia

 

L'abbazia di Sonnenburg, il solo insediamento benedettino femminile nel Tirolo meridionale -l'ordine vi era stabilito fin dall'VIII secolo, con la costruzione di un importante monastero a san Candido, in alta val Pusteria-, sebbene vi risiedessero

MonasteroSonnenburg

solo sette suore più la badessa, godeva di indubbio prestigio. La sua fondazione risaliva all'XI secolo, quando Volkhold von Ortwin, signore di Pustriss(Pusteria), intorno al 1020 cedette l'esistente castello -edificato un secolo prima, già sede e residenza del gau (comitatus) di Pusteria e della valle di Lunn- e la zona orografica destra della Val Badia comprendente Marebbe, La Valle, san Leonardo, san Cassiano, La Villa e Corvara, alle monache benedettine, insediandovi come badessa la nipote Wichburg. Poco dopo la fondazione dell'abbazia, Volkhold concesse al nipote, il vescovo di Trento Uldarich II, il diritto di avvocatura, ossia l'esercizio della tutela legale e militare sul monastero e sui suoi beni, ma agli inizi del XII secolo i territori di Marebbe e di Badia, appartenenti al convento, erano passati sotto il potere temporale del vescovato di Bressanone, che già controllava, dal 1027, san Martino, Piccolino, Longiarù e Antermoia. Il vescovato di Trento, nel lungo conflitto giurisdizionale con i signori territoriali della Val Pusteria, i conti di Gorizia prima, e gli Asburgo poi, perdette a poco a poco il suo potere di controllo, e nel 1391 cedeva in feudo alla badessa del Sonnenburg i regalia et temporalia del monastero, senza tuttavia rinunciare formalmente al diritto di avvocatura, che solo il 24 aprile del 1459 venne trasferito de jure all'arciduca Sigismondo d'Asburgo.

 

Geloso dei privilegi acquisiti e determinato a difenderli, il monastero fu motivo di frequenti contrasti tra i due arcivescovati,  ai quali si opponeva la crescente autorità dei principi territoriali del Tirolo, fermamente intenzionati a limitare sempre più la declinante autonomia dei potentati ecclesiastici; gli ampi poteri giurisdizionali del monastero, fino a quel momento mai seriamente contestati, divennero oggetto di un  aspro contenzioso quando il cardinale Nicola Cusano, divenuto arcivescovo di Bressanone nel 1450, impose al monastero la riforma della sua regola (1452). Le benedettine dell'abbazia, non essendo soggette a clausura, conducevano una vita non dissimile da quella delle donne secolari: frequentavano i bagni pubblici, partecipavano alle feste popolari, presenziavano alle assise giudiziarie, e ricevevano i loro parenti nella massima libertà; uno stato di cose, per l'epoca, nè anomalo nè censurabile, e non desta meraviglia che le monache attuassero un'accanita resistenza contro il programma di riforme del cardinale, anche perchè era in gioco molto più della loro moralità, mai veramente messa in discussione. Toccò all'energica Verena von Stuben, badessa dal 1440, il cui nobile lignaggio le conferiva un'indubbia influenza politica e personale (possedeva un seggio e diritto di voto alla dieta provinciale del Tirolo, e soprattutto poteva contare sulla protezione del duca Sigismondo che, pur non godendo ancora formalmente del diritto di avvocatura, lo esercitava di fatto) il difficile compito di tutelare i diritti del piccolo monastero.

 

L'avvocatura

 

L'avvocato (advocatus Ecclesiae), un laico quasi sempre di origine nobiliare (liber homo et bonae opinionis), aveva il compito di rappresentare e di difendere i diritti di un vescovato o di un monastero dinnanzi ad una corte giudiziaria secolare, provvedere con le armi, in caso di aggressione, alla tutela dei beni affidatagli e, se necessario, organizzare il contingente di truppe che il vescovo doveva fornire al suo sovrano in caso di guerra; in cambio gli era devoluta una parte delle entrate del fondo ecclesiastico sotto forma di provvigioni o di servizi ai quali aveva diritto, o di garanzia sulla proprietà ecclesiastica. Divenuta l'avvocatura nel Trentino e nel Tirolo meridionale, come altrove, privilegio di potenti casate gentilizie (i conti di Appiano e, dal XII secolo, i conti goriziani del Tirolo, avvocati della Chiesa brissinese dal 1214), gli avvocati non sono più dei semplici defensores delegati da un'autorità più alta al fine di tutelare le immunità vescovili dai soprusi del potere laico, ma veri e propri signori del vescovo e del territorio sul quale questi esercita le sue funzioni temporali.

 

Vita monastica nel Quattrocento

 

Pur rappresentando un microcosmo sociale sui generis, il monastero, a meno che non vi si osservasse "caso raro- la più stretta clausura, non era affatto isolato dal mondo esterno, con il quale manteneva una rete abbastanza fitta di contatti, diretti e indiretti, che costituivano un elemento importante della sua esistenza: matrimoni, battesimi, funerali, transazioni d'affari, rapporti con i propri parenti fornivano alle religiose valide occasioni per rompere la monotonia della vita claustrale.

Sonnenburg

Anche la pratica del pellegrinaggio, disapprovata nel modo più assoluto dalle autorità ecclesiastiche e reiteratamente proibita fin dal 791, ma con scarsi risultati, e la necessità di intrattenere i visitatori del convento, che non di rado, se di un certo rango, vi alloggiavano talvolta per lunghi periodi, davano alle monache l'opportunità di mantenere fruttuose relazioni con il mondo dei laici, accrescendo la rinomanza e il prestigio del monastero. Le monache erano, per lo più, giovani nobili prive di vocazione, destinate alla vita conventuale da famiglie interessate a non frazionare eccessivamente il patrimonio, giacchè la cifra versata al convento quale dote era in genere alquanto inferiore a quella che la ragazza, sposando, portava al marito. Monacare senza dote non era impossibile, giacchè la legislazione ecclesiastica proibiva qualunque forma di oblazione non spontanea, ma era un evento inconsueto, e l'entrata in un convento di prestigio comportava spese non irrilevanti: il diritto d'ingresso, l'abito, il letto, qualche suppellettile e, il giorno della pronuncia dei voti, una piccola festa, a cui partecipavano, con le altre monache, parenti e amici, e della quale beneficiava anche il religioso che officiava la funzione. Per tutto il XIV e il XV secolo, periodo economicamente difficile, l'entità di donazioni e dotazioni fu scarsa; l'eccessivo numero delle monache -nettamente superiore a quello di monaci e frati- era causa di sovraffollamento nei conventi; il livello della moralità era alquanto basso, uno stato di cose generalizzato e spesso favorito dalla compiacenza di familiari, di potenti e interessati protettori, quando non di confessori o padri spirituali, come attesta la vasta letteratura sul malcostume sessuale nei monasteri. L'imposizione della clausura (dal latino claudere: costituisce propriamente il divieto di accesso, da parte dei non ecclesiastici, ai luoghi sacri in toto, o a quella parte di essi, riservata esclusivamente ai religiosi che vi dimorano; la sua violazione o trasgressione è punita con la scomunica), invocata da molti riformatori non costituiva, di per sè, un deterrente, anzi è vero il contrario; apertamente osteggiata soprattutto in quei conventi che ospitavano monache provenienti da famiglie di un certo rango, come nel caso che stiamo esaminando, era considerata sconveniente e nociva all'amministrazione del monastero, che avrebbe così perduto ogni contatto col mondo esterno e, conseguentemente, tutte quelle entrate che, sotto forma di lasciti e donazioni, garantivano alle monache prosperità e prestigio.
La badessa, di nobile discendenza, era quasi sempre eletta a vita, e anche se, in quanto donna, non aveva alcun potere di giurisdizione spirituale, esercitava sul monastero e sulle sue dipendenze un'autorità pressochè assoluta (potestas dominativa), curandone l'amministrazione e provvedendo alla conservazione dei suoi beni temporali, nonchè garantendo il rispetto della regola, gli statuti dell'ordine e la buona condotta delle monache. Autorità non senza limiti, perchè l'abbazia era pur sempre soggetta al controllo del vescovo diocesano, ma comunque notevole: lignaggio, influenza, educazione ed ambizione conferivano alle badesse dei più importanti conventi un così grande prestigio, da rivaleggiare, a volte, con quello di abati e di vescovi, e tale da metterle su un piano di parità con i grandi feudatari del regno, o come nell'Impero germanico, dove le abbadesse di alcuni tra i più importanti monasteri 'imperiali' (Reichsabteien, Reichsklöster, Reichsstifte)  figuravano tra i principi indipendenti del Reich, e come tali sedevano e votavano alla Dieta imperiale quali membri del seggio vescovile: gestivano le loro vaste proprietà come avrebbe fatto qualunque grande signore temporale, e non riconoscevano altra autorità se non quella dell'imperatore e, più limitatamente, del pontefice.

 

Visitatore e riformatore

 

Ottenuti da Roma poteri straordinari di visitazione, Cusano,cusano il 2 maggio del 1452 notificò alla badessa e alle suore, minacciando la scomunica, che il mese successivo, dall'indomani della festività del Corpus Domini, non avrebbero più potuto assentarsi dal convento nè ricevere visite. Verena e le sue monache dapprima ignorarono l'ingiunzione del loro arcivescovo, che le avrebbe costrette a recidere ogni rapporto con l'arciduca e a perdere i benefici della sua protezione, poi, per prendere tempo, inviarono al cardinale una lettera evasiva, e nello stesso momento redassero una supplica all'arciduca Sigismondo, nella quale si dichiararono pronte ad obbedire agli ordini del loro vescovo, ma fecero altresì presente che ottemperare alla sua volontà sarebbe stato pregiudizievole per la loro attuale posizione -il che era vero-, facendo chiaramente intendere che il cardinale voleva la loro rovina. Non avevano mai pronunciato voti che le obbligassero alla clausura, nè lo statuto del convento prevedeva nulla di simile; quanto ai loro privilegi, erano stati concessi dal pontefice e dall'imperatore, e non spettava al vescovo di Bressanone occuparsene, ma al vescovo di Trento, il solo che godesse del diritto di avvocatura sul monastero.
Nell'estate del 1453, ritornato nella sua diocesi dopo un breve soggiorno a Roma, Cusano riprese a occuparsi del convento di Sonnenburg, ma le monache lo invitarono a rivolgersi al principe territoriale; il 23 settembre, una commissione di ecclesiastici visitò senza esito il monastero, perchè le monache pretesero che la lettera di visitazione, redatta in latino, venisse trascritta in lingua tedesca; si procedette ad una seconda visitazione, alla quale avrebbero presenziato sia abati benedettini graditi alle monache, sia delegati del principe territoriale, ma anche questa volta senza risultato: i delegati del principe ebbero buon gioco sul vicario episcopale, che dovette ritornare a Bressanone senza aver concluso nulla. Nel 1454, Cusano inviò l'arcivescovo di eichstattEichstätt a visitare il monastero, ma le monache si rifiutarono di riceverlo; un successivo intervento ebbe maggior fortuna, e questa volta le suore accettarono di collaborare. L'esito di questa nuova visitazione comportò l'imposizione della clausura, e per rispettarla fu deciso che un delegato del cardinale avrebbe tenuto la chiave del monastero, mentre l'amministrazione del convento veniva affidata a un rappresentante dell'arcivescovo, che ne avrebbe reso conto direttamente e soltanto a lui, e non più alla badessa. Ciò significava una sostanziale diminuzione del potere di controllo della badessa sul convento, ed equivaleva, di fatto, ad una vera e propria esautorazione: non fa meraviglia che Verena, indignata per tale umiliazione e disperando di ricevere aiuto da chicchessia, decidesse di rassegnare le proprie dimissioni, che il legato arcivescovile accolse di buon grado, nominando amministratrice vicaria una creatura del cardinale, Afra von Velseck, con l'intesa che qualunque provvedimento questa avesse intenzione di prendere, l'avrebbe prima concordato con lui.
La crisi sembrava superata quando Verena, discussa con i suoi sostenitori e consiglieri la questione dell'appannaggio a cui aveva diritto come dimissionaria, suscitò lo sdegno di Cusano sull'entità della cifra che doveva esserle versata: dopo un duro scambio di lettere con il cardinale, Verena, cacciata Afra, riprese possesso dellìabbazia. Cusano inviò un drappello di armati per sostenere Afra e minacciò di assediare il convento; inutilmente le monache fecero appello a Roma lamentandosi della violenza subita, perchè il cardinale, prevenendo questa mossa, presentò Verena e le sue suore nella luce peggiore: papa Niccolò V, nicolovbuon amico di Cusano, censurò il loro comportamento, ribadì la piena autorità del suo arcivescovo, e accusò la badessa di cattiva condotta, accusa che le monache, indignate, respinsero con fermezza in una seconda lettera al pontefice. L'arciduca Sigismondo si offrì di dirimere pacificamente la controversia: si procedette ad una terza visitazione, e nuove ingiunzioni furono prescritte alle monache, fra le quali si decise che suore di un convento riformato sarebbero state insediate nel monastero come insegnanti, e che la badessa sarebbe stata privata del diritto di abitare in un quartiere riservato, di lasciare il convento senza l'autorizzazione del suo superiore diocesano, di recarsi in pellegrinaggio e visitare case di cura, di presenziare a matrimoni.

 

Verena respinse con fermezza tale intromissione e si rifiutò di accettare le prescrizioni riguardanti la clausura; da parte sua, per spezzare la resistenza delle suore, il cardinale destituì e scomunicò Verena il 30 aprile 1455, e sette mesi più tardi, in novembre, colpì con l'interdetto il monastero, proibendo in tal modo ogni funzione religiosa; al parroco di san lorenzo di sebatoLorenzo di Sebato venne imposto, durante la messa domenicale e nelle cerimonie delle festività, di spegnere un cero, per rimarcare pubblicamente che 'Jezabel', come Cusano appropriatamente aveva ribattezzata la badessa, era al bando della Chiesa: finchè le reprobe non si fossero ravvedute, il parroco doveva, terminate le funzioni della domenica, recarsi con i suoi parrocchiani davanti alle porte del convento e scagliarvi contro le candele accese, in segno di eterna dannazione. Più concretamente, fu fatto esplicito divieto a tutte le persone debitrici di prestazioni e di decime di versarle al monastero e di mantenere contatti con la madre badessa; anche l'ospedale annesso al convento e le sue proprietà vennero confiscati.
Nel dicembre del 1455, il successore di Niccolò V, papa Callisto III, contrario a provvedimenti così radicali, esortò il suo arcivescovo a usare maggior moderazione e a cercare una composizione diplomatica del contenzioso,

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tanto più che anche Sigismondo era incline ad un accordo; l'arciduca, infatti, faceva osservare che le monache del Sonnenburg si erano finalmente sottomesse, e che la loro badessa era una persona degna di stima. Cusano non si lasciò impressionare: il problema non era la probità personale di Verena, che era pronto a riconoscere, o le sue non comuni doti di amministratrice, ma la sua disobbedienza, e ribadiva di avere agito con pieno diritto, in accordo con il mandato conferitagli dalla santa Chiesa; finchè la badessa non si fosse piegata alla sua autorità, nessuna mediazione era possibile. Il 9 gennaio del 1456 Afra von Velseck si insediava al Sonnenburg come amministratrice vicaria, e ai parroci di san Lorenzo, Tures e Marebbe fu ordinato di scomunicare chiunque avesse pagato gli affitti e le decime alla badessa deposta e non alla nuova amministratrice del convento, la quale però, per motivi di sicurezza, dovette essere condotta a Brunico. Verena chiamò nuovamente in causa Sigismondo, nominandolo avvocato del monastero, e si recò a Innsbruck per concordare con il duca una linea comune; un diacono, inviato dal cardinale alla corte tirolese per difendere i diritti dell'arcivescovato e per prevenire la badessa, venne senza troppi complimenti chiuso in cella, e l'arciduca, ben lieto di poter contrastare uno dei principali nemici ereditari del suo casato, il principe-vescovo di Bressanone, si adoperò, come aveva fatto due anni addietro, per ottenere una proroga dei termini della riforma.

 

L'arciduca Sigismondo

 

Figlio di Federico IV 'Tascavuota' (mit der leeren Taschen), uno dei personaggi più singolari della storia atesina del XV secolo, Sigismondo Sigismondo'Il danaroso'  (der Münzreich) perseguì una politica non molto diversa da quella del padre: consolidamento militare dei confini meridionali della contea e progressiva estinzione dei fermenti indipendentistici locali, sulla linea di quanto stava allora avvenendo negli altri stati europei; impiantare dal nord, d'oltre Brennero, gli elementi propulsori della vita politica ed economica tirolese, e liquidare una volta per tutte  quanto restava dei deboli principati vescovili di Trento e di Bressanone.
Nei confronti del suo antagonista, l'arciduca godeva di un formidabile vantaggio: era 'a priori' il più forte, non tanto per talento personale, o per le notevoli rendite che gli provenivano dall'attivazione delle miniere argentifere tirolesi (di qui il suo soprannome), ma per le particolari condizioni entro le quali operava. Il processo di accentramento politico avviatosi a partire dalla seconda metà del '300 conferiva ai signori laici un'autorità sempre crescente e quasi incontrastata, che per certi versi richiama, sia pure in condizioni assai mutate, la situazione creatasi nel X secolo, quando gli imperatori, grazie al Privilegium Othonis, arrivarono alla subordinazione delle investiture vescovili e, indirettamente, del pontefice stesso. Nell'Impero germanico, politicamente assai frazionato e ancora privo di una precisa identità 'nazionale', i grandi elettori e i potenti feudatari esercitavano un controllo sempre più stretto sulla chiesa, sulle sue entrate, i suoi tribunali, le sue grandi proprietà fondiarie: la crisi, politica e morale insieme, che aveva travolta la Chiesa agli inizi del '300, rendeva più agevole questa politica, legittimando, di fatto anche se non di diritto, come nel caso che stiamo esaminando, l'ingerenza dei signori laici.

 

Lo scontro di Enneberg

 

ennebergNel 1458, dopo due anni di infruttuose trattative, Cusano, novello Elia in lotta con i sacerdoti di Baal, decise di impiegare il più drastico dei correttivi: non potendo gettare la badessa da una finestra, come Jehu aveva fatto con Jezabel, ordinò che al convento fosse impedito ogni approvvigionamento alimentare per costringere le suore alla resa per fame. La necessità di assicurarsi ad ogni costo cibo e vettovaglie indusse Verena e le sue monache ad arruolare una schiera di armati al comando di Joseph von Hornstein, con l'incarico di assicurare la loro difesa e di riscuotere le decime, essenziali alla sopravvivenza del monastero: mossa pericolosa quanto illegale, che le esponeva alle prevedibili ritorsioni del cardinale, ed esasperava i contadini, i cui rapporti con il monastero non erano propriamente cordiali. La loro situazione era difficile: temevano il vescovo, al quale dovevano ubbidienza, ma poco potevano contro soldati di professione, e quando questi imposero con la forza l'esazione di alcuni tributi, si videro costretti a portare nottetempo le vettovaglie al convento: la mossa non sfuggì allìufficiale vescovile Michael Prack, giudice di Thurn e Buchenstein, che il 5 di aprile, assalì i contadini e i soldati a Crep de Santa Grazia, nei pressi di Enneberg (san Vigilio di Marebbe). La breve battaglia costò la vita a 57 uomini; von Horstein e molti dei suoi vennero catturati; subito dopo, Prack assalì il monastero. Abbandonate dai loro armigeri, le monache ripararono nei boschi vicini e cercarono rifugio in un fabbricato, ma il malanimo dei contadini le costrinse a darsi nuovamente alla fuga, inseguite da presso dalle milizie del cardinale, che le braccarono per tre interminabili giorni, fino a trovare asilo a Castel Schöneck, (Issengo, presso Falzes) e solo l'aiuto celeste, come scrissero le suore nella loro cronaca, le salvò dalla prigionia. Non è la  sola versione dell'accaduto: un'altra fonte, certamente più indulgente nei confronti dell'arcivescovo, asserisce che i contadini, esasperati dalle vessazioni a cui erano sottoposti da parte dei soldati del monastero, li attrassero in un agguato, provocando una micidiale slavina di pietre e di sassi nella quale rimasero uccisi o feriti più di cinquanta uomini, e invocarono poi l'intervento delle milizie vescovili perchè occupassero il monastero.

 

Sigismondo tentò l'ennesima mediazione: fece rientrare le suore nel loro convento, ove Afra von Velseck si era insediata come nuova badessa, e suggerì a Verena di rassegnare le proprie dimissioni, in cambio di una residenza adeguata al suo rango a Innsbruck; non era però disposto a scendere a patti con il cardinale arcivescovo, la cui autorità non era superiore a quella del pontefice romano e dello stesso imperatore. Il contenzioso, dopo una tortuosa trattativa, venne composto in linea di principio con il concordato di Luson del 28 agosto 1458, il cui esito fu deciso più dall'intervento di papa Pio II, che da Cusano, determinato fino all'ultimo a contrastare Verena -e Sigismondo- con ogni mezzo. L'iniziativa del pontefice e l'abile mediazione del vescovo di Trento, Georg von Hack, sbloccarono la situazione: liberato il monastero dalla scomunica, nell'aprile del 1459 Verena rinunciava definitivamente al titolo di madre badessa in cambio di un appannaggio e lasciava il monastero; Afra, non più sostenuta dal cardinale, ormai a Roma dal 30 settembre 1458, decadeva dalla sua carica, e in sua vece, giurata fedeltà al nuovo vescovo diocesano, si insediava Barbara Schöndorfer delle Clarisse di Bressanone, ma soltanto nel 1462, con la nomina di Barbara von Künigl -la quale aveva svolto un ruolo non marginale nel sostenere Verena, grazie all'influenza della sua potente casata, i Künigl, seguaci del duca Sigismondo-, la vita del convento tornò alla normalità, e si dovette attendere il 1489 perchè, con l'assistenza di due arbitri vescovili e due imperiali, si raggiungesse una regolamentazione definitiva.

 

Epilogo

 

La vita del monastero, dopo tanto clamore, proseguì senza scosse fino alla sua soppressione, decretata dall'imperatore 'illuminato' Giuseppe II d'Asburgo nel 1785: ma che ne fu dell'implacabile arcivescovo? Ritornato nella propria diocesi il 4 febbraio 1460, Cusano raggiunse Brunico tre giorni più tardi, ove decise di chiudere la partita con Sigismondo una volta per tutte: poichè l'arciduca era vassallo dell'imperatore Federico III, tentò di  esautorarlo, trasferendo direttamente il feudo della chiesa di Bressanone a un Wittelsbach, la casata antagonista degli Asburgo, che già occupava vasti territori della contea da circa 300 anni: mossa pericolosa, ma non illogica, se si considera che Sigismondo ambiva a realizzare una sua autonoma politica in Tirolo, politica sgradita alla corte imperiale. Il 30 marzo, per la settimana santa del 1460, il cardinale convocò e presiedette un'assemblea di ecclesiastici presso Brunico, nella quale ordinò nuovi sacerdoti e scagliò nuovamente l'interdetto sul Tirolo, notificando al duca che tutti i dominii feudali della chiesa di Bressanone sarebbero stati trasferiti all'imperatore Federico.
La replica di Sigismondo forte dell'appoggio della nobiltà tirolese, fu immediata: il 13 aprile, domenica di Pasqua, mosse in armi contro il cardinale asserragliato in Brunico: due giorni dopo l'arciduca faceva il suo ingresso in città, e il 16 vennero definite le trattative di capitolazione; segregato il cardinale nel castello di Brunico per una settimana, lo costrinse a firmare un umiliante trattato, che garantiva a Sigismondo il pieno controllo del governo del vescovato. Il papa pretese il rilascio immediato del suo cardinale, e dieci giorni più tardi Cusano, ormai libero, partiva a cavallo per l'Ampezzano, e di là per Siena, diretto a Roma. Non avrebbe mai più fatto ritorno in Tirolo.

 

Amedeo SALA, luglio-agosto 2010

 

 

Il presente articolo è correlato alla settimana alpina del 21-27 agosto 2010

 

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