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Aspetti insoliti del folklore walser

 

Amedeo SALA, Aprile 2015

 

   Verso la fine dell'VIII secolo della nostra era, WALSER(piantina flussi migratori)gruppi di coloni di origine alemanna provenienti dall'Oberland bernese si stabilirono nell'alto Vallese, nell'odierna Confederazione elvetica, formando il primo nucleo di quella che sarebbe poi diventata la grande comunità Walser, e assumendo la denominazione con la quale sono tuttora conosciuti (Walliser, abitanti del Vallese), ma la povertà dei suoli dell'alto bacino del Rodano e l'aumento demografico li costrinsero ben presto a cercare sostentamento in nuove località. Tra il XII e il XIV secolo, nuclei di vallesani lasciarono la loro terra d'origine e, dopo faticose peregrinazioni, crearono nuovi insediamenti in un'ampia zona che dalla Savoia francese si estende sino al Vorarlberg austriaco, quasi sempre ad altitudini comprese tra i 1.000 e i 1.500 metri e, in alcuni casi, fino ai 2.000. In Italia, i principali insediamenti Walser si sono costituiti ad Alagna, Agaro, Ausone, Ayas, Formazza, Gressoney, Issime, Macugnaga, Migiandone, Ornavasso, Rima, Rimella, Riva Valdobbia, Saint Jacques, Salecchio. Al centro del vessillo bianco-rosso (i colori del Vallese) dei Walser che vivono al di qua delle Alpi campeggia un cuore con dieci stelle simboleggianti le dieci comunità: Gressoney, Ayas e Issime in Val d'Aosta, Alagna, Carcoforo, Formazza, Macugnaga, Ornavasso, Rima e Rimella in Piemonte: in tutto, 3.400 abitanti, distribuiti in 15 comuni. Il cuore, che esprime l'indimenticato legame con la terra di origine, è sovrastato da una winkelkreutz, una 'croce ad angolo', mentre i due cerchi concentrici rosso e nero che fanno da cornice allo stemma riprendono i colori della bandiera della Regione autonoma Valle d'Aosta.

 

 Bandiera dei Walser della Valle d'Aosta

 

 

Un cristianesimo paganizzante

  

Grazie al forte radicamento territoriale, e all'isolamento geografico e culturale delle loro comunità, i Walser hanno conservato e tramandato un ricco patrimonio folklorico; molte delle loro leggende rimandano ad archetipi nordici, come è ovvio trattandosi di una popolazione originaria dell'Europa settentrionale, poiché la conversione al cristianesimo, pur avvenuta relativamente presto (VI sec.) non ha distrutto l'antico substrato di credenze pagane, nel quale il soprannaturale e l'aldilà sono percepiti come momento integrante e collaterale del quotidiano, ma lo ha semplicemente 'rimosso', senza obliterarlo del tutto. In questo background ancestrale albergano gnomi e folletti1: di statura minuscola, vestiti di stracci e foglie, talvolta capricciosi e non di rado vendicativi, talvolta benevoli, si divertono a fare dispetti agli alpigiani, ma proprio da loro gli uomini hanno appreso a fare il bucato con la cenere e a lavorare il latte; a Salecchio, la Vigilia di Natale, si teme l'arrivo dei Pubrina, mostruosi esseri invisibili rapitori di bambini2; le streghe affatturano il bestiame, guastano il latte e il formaggio, e solo l'intervento provvidenziale di sant'Anna impedisce che costoro, incollerite con gli abitanti del paese di Morasco, lo seppelliscano sotto due mucchi di sassi; il cupo rumore prodotto dai ghiacciai è il lamento delle anime, che quivi scontano i loro peccati...

   Gli esseri di questo mondo soprannaturale potevano irrompere nel mondo degli umani in qualsiasi momento, ed era indispensabile esorcizzarli di continuo mediante il ricorso ad intermediari celesti, invocati in ogni periodo dell'anno durante le feste e le processioni, o mediante pratiche apotropaiche, come la diffusa abitudine di collocare un coltellaccio di legno, ter Daghe, sotto il pagliericcio dei neonati per stornare ogni influsso funesto o, peggio, la sostituzione del piccolo con un sosia demoniaco3, e la lettura del Vangelo di san Giovanni, nelle casere, perchè gli spiriti maligni non molestassero nottetempo gli animali. All'interno della baita (stadel), l'angolo della Stube, tra le due finestre, era riservato ad una piccola edicola sacra nella quale trovavano posto un crocifisso o una nicchia contenente statuine di legno della Vergine o dei santi protettori più venerati (Teodulo -Teodoro-, Nicola, Maurizio, Barbara, Agata, Rocco). Alla trasmigrazione dell'anima nel mondo dei morti era riservata, sulla facciata delle case, una angusta apertura o una piccola finestra sormontata da una croce (seelenbalggen): la finestrella veniva aperta affinché l'anima dell'agonizzante trovasse un passaggio per uscire, e veniva richiusa subito dopo la morte di questi, in modo che l'anima non potesse più rientrare nel corpo che aveva abbandonato; ma la separazione tra vivi e morti, aldiqua e aldilà, non era mai assoluta, come dimostrano la leggenda della T�t� Prozession, la processione dei morti, e il ricco repertorio di esorcismi e di presagi che da sempre caratterizza la vita quotidiana di questo popolo delle montagne.


 

 Le processione dei morti

  

Motivo ricorrente della tradizione walser, e assai diffuso in tutto l'arco alpino, ma condiviso anche da diverse culture mediterranee ed isolane, esso rimanda all'antichissima credenza che nelle notti del 'sacro periodo', comprendente i 12 giorni successivi al solstizio d'inverno (Die Zw�lften) e corrispondenti ai giorni intercalari del calendario celtico, i morti fossero liberi di vagabondare nel mondo dei vivi. Sebbene inquietanti, non sono necessariamente malevoli; si narra che abbiano soccorso pastori o alpigiani in pericolo, ma il più delle volte procedono in lunghe colonne, bianche le vesti e il cappuccio, e poiché non sono risplendenti come i fantasmi della tradizione germanica, illuminano il loro percorso con una piccola candela, o più frequentemente con il mignolo acceso, badando bene a non perdere quella fievole fiammella che serve loro da lucerna. A volte si servono di una guida umana, come in Valle Varaita, per superare ruscelli o passi difficili, e il vivo che li aiuta viene ricompensato, una volta rientrato nella comunità di appartenenza, con l'acquisizione di uno status privilegiato, vicino alla santità.

   Nella medesima valle, a Casteldelfino, nella piccola cappella della borgata Torretta, le anime degli insepolti si ritrovano insieme per recitare il rosario e ascoltare una messa celebrata da un sacerdote, anch'egli defunto, a cui fa da inconsapevole chierichetto un pio montanaro del luogo, Luca, attratto dalla vivida luce che promana dalla cappella; terminata la funzione, i morti riprendono il loro vagabondare verso le montagne coperte di ghiacci, la sede del Purgatorio, dove sono costrette ad espiare i loro peccati4. Guai per� a coloro i quali, come quell'imprudente giovinotto di cui narra una leggenda formazzina, volessero seguire di nascosto la lugubre processione: sorpreso dall'ultimo morto del corteo che gli diede il suo mozzicone di candela, ne ebbe ustionata la mano! E non molto meglio andò ad un curioso contadino di Boffetto (SO), che volle assistere alla messa dei morti nella mezzanotte del primo novembre, quando i defunti escono dal cimitero del paese e si recano in processione, salmodiando, nella vicina chiesa al lume delle candele per celebrare la liturgia in onore di tutti i santi. Accortasi che il contadino era il solo, tra i presenti, privo di lume, una delle anime ne diede uno anche a lui; terminata la funzione, i morti lasciarono la chiesa, avviandosi verso le dimore nelle quali avevano abitato, e solo allora il contadino, sgomento, osservò quel che teneva in mano: ciò che pensava fosse una candela, erano in realtà le ossa del dito di uno scheletro.

   Un motivo che ricorre frequentemente nelle storie narrate dai Walser, a testimonianza di una credenza assai radicata, è la rivelazione, ad un vivo, del momento in cui morirà, come attesta la vicenda di Johann Latteltin, padre del parroco di Gressoney Saint-Jean, che per la sua composizione relativamente tarda (1838) può essere considerata esemplare e definitiva sistemazione di una tradizione assai antica. Attraversando verso mezzanotte il Mattejoch (il passo del Teodulo), Johann, insieme con il figlio Jacob e con una guida, si imbattè in una processione di spettri, che avanzavano in lunga colonna, preceduti da un'ombra che portava il Crocifisso, seguita da altre che sventolavano gonfaloni e facevano risuonare delle campanelle.

   Ad un segnale della guida, i tre si fecero da parte e si accostarono ad una masso sperando di non essere scorti, e la T�t�-Prozession sfilò a pochi metri da loro prima di iniziare la discesa del colle, ma una delle ultime anime, con voce appena udibile, rivelò al vecchio Latteltin giorno e anno della sua morte. Quella data si impresse, indelebile, nella memoria di Johann: avvicinandosi il momento fatale, provvide a organizzare le proprie esequie, e puntualmente, nell'anno e nel giorno predetto, morì. 

 

La citt� di Felik

 

  Sulla sponda destra del Lys, tra una morena laterale del suo ghiacciaio e l'alpe Sikken, alla testata della Valle di Gressoney, sorgeva la città di Felik. I suoi abitanti, narra la leggenda, erano tanto ricchi grazie ai lucrosi traffici che intrattenevano con il Vallese, che nessuno temeva la povertà. Una sera d'autunno si presentò alla porta della città un misero viandante, chiedendo ospitalità per la notte, ma nessuno gliela offrì; incollerito, l'uomo scagliò una maledizione, invocando sui superbi cittadini la punizione divina: nevicò ininterrottamente per giorni e giorni, finché una enorme coltre di neve seppellì per sempre la città, della quale rimase solo il nome, quello con il quale oggi è conosciuto il valico che immette, a 4061 metri di quota, sulla distesa dello Zwillings Gletscher. Costrette a vagare sotto i ghiacci del Monte Rosa in attesa del perdono celeste, le anime degli sventurati cittadini farebbero ancora udire, durante le notti, il loro lamentoso richiamo5.

   Molti anni più tardi, un abitante di Gressoney, attraversando il ghiacciaio per raggiungere il Vallese, precipitò in un crepaccio, al fondo del quale si ritrovò, illeso, in una grande e luminosa caverna, al cui interno era allestita una lunghissima tavola imbandita di vivande, e tutt'intorno ad essa si muovevano, nel più assoluto silenzio, uomini e donne; in un angolo, immobile, era seduta una bella fanciulla dallo sguardo triste. All'alba, tutto scomparve, e l'uomo, rimasto solo con la fanciulla, le chiese se poteva aiutarlo a trovare una via d'uscita; la fanciulla promise di aiutarlo, a condizione che il valligiano si impegnasse a raccontare ai suoi compaesani la triste storia di quel popolo di reclusi: altri non erano che gli sciagurati abitanti della città di Felik, costretti a dimorare in quella prigione di ghiaccio finché non avessero scontato i loro peccati.

   Se la leggenda ricalca il classico schema della 'storia esemplare' (la superbia punita), il suo seguito è più interessante non solo per il ricorso a elementi caratteristici di molti racconti fiabeschi (il rischio mortale a cui è esposto il valligiano, l'antro misterioso, l'incontro con l'aiutante magico, la formula di salvezza, lo scampato pericolo), ma perchè si modella sulla rappresentazione pre-cristiana e germanica dell'oltretomba: il luogo al quale si può accedere solo attraverso una stretta fenditura (il crepaccio), è il mondo sotterraneo dell'aldilà, replica più o meno fedele del mondo terreno (la grande sala illuminata, la tavola imbandita), entro il quale i defunti conservano aspetto e abitudini della vita passata in un 'Purgatorio' collocato sotto il ghiaccio, nel cui custode (la fanciulla), possiamo riconoscere -privata ovviamente del suo aspetto raccapricciante- Hel, la signora dei morti della mitologia nordica6

 

 Note

     

1- Zw�rgji; tedesco Zwerg. Protagonista di moltissime leggende in tutti i paesi dell'arco alpino, il 'piccolo popolo' interagisce di continuo con gli umani, ora malizioso, ora benevolo. Nella regione che da Cogne sale verso la Val Nontey i valligiani li conoscevano come Manteillons, per via dei mantelli che coprivano il loro corpo dalle gambe cortissime. Solo nel Vallese e nella Valle del Lys troviamo invece la figura dello gnomo-mugnaio: vecchissimo, operoso e benevolo, è associato a un motivo caratteristico della mitologia germanica, quello del mulino, simbolo di abbondanza, e dello scorrere del tempo, che macina nel suo divenire ogni cosa (la pietra del mulino è affine al prodigioso martello Mjllnir, -'il frantumatore'- di Thor, dio del fulmine e delle tempeste). Nella Valle del Lys, gnomi e folletti sono chiamati Toki o Toggi, termine designante un essere intermedio tra l'umano e l'animale, abitatore di montagne e di foreste.

 

2 - Lo stesso ruolo, nel folklore alpino svizzero, svolge Straggele (o Struggele), una femmina demoniaca che guida la Wildjagd, la caccia infernale; in Tirolo è conosciuta come Stampa. Come rapitrici di bambini, entrambe rimandano alla figura di Lamia, nota nella mitologia greca come demone femminile assetato di sangue, ma il prototipo folklorico va ricercato in Holda/Hulde (Frau Holle), la dea germanica protettrice dell'agricoltura e dei lavori femminili, e nel suo omologo, Perchta. In Austria, Germania e Svizzera settentrionale è ancora viva l'antica tradizione di celebrare, durante le festività natalizie, processioni mascherate ispirate alla dea e al suo seguito.

 

3 - I changeling, creature assimilabili a folletti malvagi, 802px-83 b bartol 2 wicksostituiscono con la propria genitura, deforme o malata, i bambini sani, o li rapirebbero per impadronirsi della loro energia vitale. Una suggestiva rappresentazione di questa credenza si deve al pittore senese Martino di Bartolomeo (1370/5-1434 ca), che in una delle scene della leggenda di santo Stefano,? conservata nello Stdel Kunstinstitut di Francoforte sul Meno, fa operare la sostituzione da un diavolo nero.

 

4 - Mentre in Valle d'Aosta il Purgatorio è collocato negli alpeggi abbandonati durante l'inverno (uno spazio al confine tra la vita attiva che si svolge d'estate e la non-vita che ristagna in autunno e in inverno), per i Walser si trova tra i ghiacciai alpini (vedi la leggenda delle anime penitenti imprigionate nel ghiacciaio dell'Aletsch, nelle Alpi Bernesi, e in quello del Rocciamelone). Nella mitologia germanica, il ghiaccio è la materia primordiale, dalla quale discende l'acqua -la vita; ma l'elemento liquido e gelido caratterizza anche Niflheimr (terra delle nebbie) o Helheimr (terra di Hel), il regno dei morti.

 

5 - Esistono diverse varianti di questa leggenda: la più nota è quella della neve rossa, quasi a simboleggiare -come non ricordare Sodoma?- la terribilità della punizione divina; in alcune il vecchio sarebbe una divinità della montagna, in altre un comune mortale ispirato da un malvagio d�mone, in altre ancora l'Ebreo errante.

6 - Non si può escludere che la leggenda sia una rielaborazione fantastica di accadimenti reali: sul versante di Zermatt, durante la piccola et� glaciale del XVII secolo, che fece espandere i ghiacciai rendendo impraticabili molte delle antiche vie di comunicazione, il villaggio di Tiefenmatten, importante centro di smistamento delle merci portate dalla carovane transitanti per il passo del Teodulo, a quasi 2.000 metri, venne inghiottito dal ghiacciaio di Zmutt.

 

 Bibliografia

 

Abry Christian, Sur les traces des sentiers des mes dans les outre-monts, Bollettino nr 64 del Centre d'Etudes       Francoproven�ales, Saint-Nicolas (AO) 2011

 

Bertino Serge, Guida delle Alpi misteriose e fantastiche, Milano 1972

 

Savi-LopezMaria, Leggende delle Alpi, Torino 2008 e 2014

 

Skurzak Teresa, Rapporti tra le leggende valdostane e la tradizione germanica, Bollettino nr 37 del Centre d'Etudes   Francoprovenales, Saint-Nicolas (AO) 1998

 

Vries Jan de, La religione dei Germani, in Storia delle religioni (a cura di Henri-Charles Puech), Bari 1977


 Amedeo SALA, Aprile 2015

 

Il presente articolo è correlato all'escursione del 19 aprile 2015