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Riforma e repressione in Val Sesia: fra Dolcino e gli apostolici

 

Amedeo SALA, Giugno 2014

 

 

"Or d�' a fra Dolcin dunque che s'armi  FraDolcino2a

   tu che forse vedrai il sole in breve,

   s�ello non vuol tosto seguitarmi,

s� di vivanda, che stretta di neve

   non rechi la vittoria al Noarese,

ch�altrimenti acquistar non saria leve."  

(Divina Commedia, Inf XXVIII, vv 55-60) 1

 

Sono le parole che Maometto, principe degli scismatici, rivolge a Dante profetizzando la drammatica fine di una delle più discusse figure di riformatori della prima metà del '300, fra Dolcino, capo spirituale e militare della setta degli Apostolici.

 

Gli Apostolici

  

Costituitasi a Parma nel 1260 attorno a Gherardo Segalelli (o Segalello), la comunità degli Apostolici -Apostoli Christi- fu uno dei molti movimenti ereticali del Medioevo, che, richiamandosi alla prospettiva escatologica e millenaristica di tradizione gioachimitica, e rielaborando attese comuni a gruppi di fedeli variamente emarginati dal contesto ecclesiastico dominante, intendeva ricondurre la Chiesa alla semplicità dei suoi fondatori (gli apostoli, appunto) 2

   Sciolti da ogni disciplina regolare, i 'fratelli' -ai quali si aggiunsero presto le 'sorelle' apostoliche (sorores apostolicae vitae)- non avevano dimora fissa, e nemmeno un vero e proprio capo: "sono acefali, e alcuni di loro vanno isolati, senza disciplina e senza guida" come li descrive Salimbene da Parma. Il loro credo si rifaceva direttamente ai precetti evangelici, che distinguono dagli altri uomini i seguaci di Cristo: non giurare, spogliarsi di ogni avere temporale, vivere di elemosina, non preoccuparsi del domani, contentarsi di una sola tunica, non avere fissa dimora, predicare la penitenza: "Paenitentiagite, quia appropinquabit regnum caelorum" ("Fate penitenza, perchè si sta avvicinando il regno dei cieli"). Un aspetto caratteristico del loro stile di vita, che non poteva non colpire l'immaginazione dei contemporanei, era la condivisione totale dei beni, e l'uguaglianza -anche sessuale- tra uomini e donne: un 'comunismo' non dissimile da quello di altre gruppi di millenaristi che si credeva modellato su quello delle prime comunitàFraDolcino2 cristiane. 

   Gli Apostolici osservavano questi precetti non per obbligo di voti monastici, ma "per l'obbedienza dovuta a Dio solo", prima che agli uomini. Più che per devianza dall'ortodossia cattolica, vennero considerati eretici per l'avversione alle pratiche formali del culto, per il rifiuto di sottomettersi alle autorità ecclesiastiche e per gli attacchi rivolti al clero e alla curia romana, pretendendo di rappresentare, essi soli, la vera chiesa di Cristo, ma soprattutto per la carica di eversione sociale della quale erano portatori che, ancora latente nel Segalelli, diverrà clamorosamente manifesta con Dolcino. Il rapporto diretto tra uomo e Dio, che rendeva superflua la mediazione della Chiesa ufficiale e della gerarchia, l'imminente rigenerazione della Chiesa grazie all'avvento di un papa 'angelico', lo sterminio dei prelati malvagi ad opera di un imperatore degli ultimi tempi, l'instaurazione di un 'regno' terreno di giustizia allarmarono le autorità ecclesiastiche a tal punto che, più volte condannati nell'ultimo scorcio del Duecento dai papi Onorio IV e Niccolò IV, gli Apostolici vennero aspramente perseguitati, e nell'estate del 1300 lo stesso Gherardo Segalelli finì sul rogo.

 

  

Dolcino

 

 FraDolcino1a  Non conosciamo la data della sua nascita (forse il 1250), n� il luogo, convenzionalmente indicato da alcuni autori in Prato Sesia, -ma in ogni caso ascrivibile all'alto Novarese- e altrettanto incerto è il suo status sociale; le fonti, quasi tutte tardive rispetto alle vicende riferite, sono fortemente discordi: per alcune, come l'Anonimo Sincrono e l'inquisitore domenicano Bernardo Gui, Dolcino è figlio illegittimo di un sacerdote, forse lo stesso parroco di Prato Sesia, con una donna del paese; altre lo vogliono discendente di un famiglia imparentata con i ghibellini Tornielli, e in questo caso il suo vero nome potrebbe essere Davide Tornielli 3.

   Entrato nel movimento nel 1291, ne prende la direzione subito dopo la tragica fine del fondatore, Segalelli, nel luglio del 1300, e nello stesso anno inizia la sua predicazione a Bologna; nel 1302-1303 è segnalato nella diocesi di Trento e nella zona dell'alto Garda, e per un certo periodo si trattenne certamente ad Arco, dove riscosse notevole successo tra la popolazione "ove non vi fu brava persona che non ospitasse gli apostolici"; qui conosce MargheritaMargherita Boninsegna (Margherita 'la bella'), che diverrà sua fedelissima compagna di fede e di lotta. Perseguitati dall'Inquisizione, gli Apostolici sono costretti a lasciare il Trentino, e tra il 1303 e il 1304, attraversate le montagne lombarde, Dolcino si sposta in Piemonte, prima nel Vercellese e poi nel Novarese, alla testa di un numero consistente di seguaci, assai lontano dai fantastici 10.000 di alcune fonti, ma comunque non irrilevante (4.000): "il peregrinare itinerante a piccoli gruppi, ospitati e nascosti da FraDolcino1bsimpatizzanti e amici, si era ormai trasformato in un movimento di massa, e sembrava cercare un suo stanziamento comunitario e antagonista rispetto ai poteri e alle realtà istituzionali della zona" (G. Miccoli).

   Non soltanto predicatore e profeta, come il Segalelli, ma agitatore e condottiero, che radunava sotto di s� contadini e servi fuggiaschi dai feudi dei signori laici ed ecclesiastici novaresi e vercellesi, nel 1304 Dolcino è nella diocesi di Vercelli, dove a Gattinara, e soprattutto a Serravalle, inizia una sotterranea attività di proselitismo, alla quale diedero, inizialmente, un certo supporto anche i Conti di Biandrate, in lotta con Vercelli e con Novara, e Matteo I Visconti, signore di Milano e strenuo campione della causa ghibellina. Attivamente ricercato e infine scoperto, Dolcino fugge in alta Val Sesia, dove si trattiene per diversi mesi, fino a stabilirsi sulle pendici di Cima delle Balme (m 1930), nel Novarese, una scelta dettata da ovvi motivi di sicurezza, ma alla quale non è estranea Rassa - Parete Calva - Volto di fra' Dolcino 2la suggestione evangelica di riparare sui monti all'approssimarsi della grande tribolazione (Matteo, 24,16) in attesa dello scontro decisivo. Braccati da un piccolo esercito vescovile e signorile, i Dolciniani si videro costretti a trovare rifugio su un altro monte della zona, sovrastante la Val di Rassa, la Parete Calva, -nota anche come Parete di Mezzodì- dove, assediati ed arroccati sul piccolo pianoro chiamato Pian dei Gazzari, a 1425 m di altitudine, vi si fortificarono, rendendosi protagonisti di frequenti saccheggi e di scorrerie, non di rado sanguinose: una continua guerriglia, che, alla lunga, ebbe l'effetto di alienare loro la simpatia di parte della popolazione 4.

    Nella piana compresa fra Quare e Camproso 5, sulla sponda destra della Sesia, fu combattuta nella tarda estate del 1305 una vera e propria battaglia fra i seguaci di Dolcino, scesi in armi dalla Parete Calva, e le milizie valligiane riunite nella 'lega santa' siglata il 24 agosto 1305 nella chiesa parrocchiale di san Bartolomeo a Scopa 6: lo scontro fu cruento, ma sebbene i Dolciniani riportassero un certo successo, la loro situazione non mutò. La persistente pressione nemica FraDolcino (la grande Marcia)li costrinse a spostarsi nei pressi di Trivero, nel Biellese, donde, ridotti di numero, stretti dalla fame e dal freddo, si trasferirono, la notte del 10 marzo 1306, per sentieri impervi, sul vicino monte Zebello (m 1414), nel Vercellese, che divenne sede della loro ultima disperata resistenza 7.                        

   Invocato l'intervento papale, il vescovo di Vercelli Raniero degli Avogadro ricevette da Clemente V tre bolle, nelle quali il pontefice esortava le autorità civili e religiose a sostenere vercellesi e novaresi nella crociata contro i dolciniani e il loro leader, "figlio di Satana e figlio di Belial", erogando le concessioni e i benefici spirituali che venivano ordinariamente riservati ai crociati: l'indulgenza plenaria per quanti avessero impugnato le armi, o per chi, almeno, avesse versato lo stipendio di un mese per pagare un soldato. Nella settimana di Pasqua del 1307 fu sferrato l'attacco finale; dopo durissima lotta, il 13 marzo, giovedì santo, quanti non erano caduti in combattimento, circa 140 persone, vennero catturati; Dolcino, Longino da Bergamo suo luogotenente e Margherita, messi ai ferri, vennero condannati al rogo e suppliziati alcuni mesi più tardi. Margherita fu bruciata su di un'alta colonna; Dolcino, orrendamente torturato e mutilato, fu condotto per le strade e le piazze di Vercelli ad ammaestramento ed ammonimento di tutti, e bruciato il 1� giugno 1307, mentre sui resti degli Apostolici la repressione infierì ancora per parecchi decenni: l'ultimo seguace della setta, un certo Guglielmo, che si proclamava 'fratello apostolico' e indossava un saio bianco, fu arso sul rogo a Lubecca nel 1402.

 

 Fonti

    

   Su Gherardo Segarelli e gli Apostolici, riportiamo due brani della Cronaca di Salimbene da Parma: "... uomo di vile origine, laico e illetterato, idiota e stolto... Egli restò a Parma, d'onde era nativo, e vi fece molte mattezze. Perocch� svest� e gett� via il mantello, in cui si avvolgeva, e si fece fare una sopraveste bianca, senza maniche, di filo grossolano, di cui vestitosi, pareva un ciarlatano anzi che un religioso. Aveva poi ai piedi le scarpe e alle mani i guanti. � Il suo parlare era scurrile, turpe, vacuo, osceno, futile e degno di scherno, pi� per fatuit� che per malizia. Per la sua fatuit� adunque e pel suo parlare osceno e insulso, pel suo giacere a letto nudo con donne nude per mettere a prova la resistenza della sua castità, Obizzo vescovo di Parma. (...) lo fece incarcerare e mettere in ceppi".

 

   "... congrega di ribaldi e di porcai (...) stolti ed abbietti, che chiamano se stessi apostoli e non lo sono, ma sono piuttosto una famiglia di Satana. Poiché non sono utili nè a predicare, nè a confessare, nè a dir messa, nè a cantare l'ufficio ecclesiastico, nè a fare i maestri, nè per dar consigli, e nemmeno a pregare pe' loro benefattori; perchè tutto il d� vanno su e giù per le strade delle città a guardare le donne. In che dunque servano la Chiesa di Dio e siano utili al popolo cristiano, non so vedere. Tutto il giorno oziosi e vagabondi non lavorano nè pregano. (...) Quest'uomo dunque cominciò male, continuò peggio, e finì pessimamente, poichè la sua congregazione fu riprovata in pieno concilio di Lione da Papa Gregorio X. Così questi guardiani di porci e di vacche tentarono di soppiantare i frati Minori e i Predicatori, campando, in un beato ozio e senza fatica, delle limosine di coloro, cui i Minori e i Predicatori avevano educato colle lunghe fatiche e coll'esempio. (...) E spesso pronunciava ad alta voce quella parola del Signore, dicendo: Penitenz'agite, cio� fate penitenza, n� la sapeva dire come veramente suona: Poenitentiam agite. E così la pronunziarono in seguito molto tempo i suoi seguaci, che erano tutti campagnuoli e idioti. (...) Questa genia di servi non si corregge che col supplizio".

 

   Sulle pratiche sessuali degli Apostolici, nell'Additamentum ad historiam Fratris Dulcini: "15 - Se lo stimolo carnale si fa sentire, essi non reputano peccato che, per placarlo, un uomo e una donna possono, standosene nudi, giacere nel medesimo letto, e liberamente l'uno toccare l'altro in ogni parte, e quello congiungere il suo ventre nudo col nudo ventre di questa. (...) 16 - Giacere con donna et non averne piacere carnale � impresa maggiore che far risuscitare un morto."

Le scelleratezze dei Dolciniani, nella descrizione dell'Anonimo Sincrono: "... che dire di più? costoro infatti perpetrarono tali e tanti eccidi e stragi di uomini, mutilazioni, distruzioni di luoghi, rapine, saccheggi, tradimenti e innumerevoli atti malvagi a danno di persone e cose dei fedeli, che la penna � incapace di descriverli (...) giacché, dalla nascita di Adamo, nessuna setta fu al mondo tanto esecrabile, tanto abominabile, tanto orrenda, come quella che in così poco tempo si macchiò di tante e tali nefandezze, quante ne commisero Dolcino e si suoi seguaci, fintanto che rimasero in quei monti. E azioni altrettanto malvagie fecero le donne, che non diversamente dagli uomini, indossate vesti e armi virili, rendevano più numeroso e più temuto il loro esercito".

   L'eretico Dolcino e Margherita nel commento dantesco dell'Anonimo Fiorentino: "Questo frate Dolcino fu delle montagne di Noarra in Lombardia, grande scienziato, tanto che gli venne nel pensero di fare, l� per quelle montagne di Noarra, quello che avea fatto Macometto nel Levante; et cominciò a predicare, et molti uomini del paese, per che erono grossa gente, et quelli scienziato et saputo, rivolse dalla diritta fede et rec�gli a questa sua resia; tanto che papa Bonifazio scrisse al vescovo di Vercelli che perseguitasse lui et chiunque gli credea. Questi avea già detto a quelli ch'egli avea convertiti ch'egli era loro mestiere di difendere; et tiravasi dirietro ben iiii milia fanti. Fugli bandita la croce addosso: ultimamente questi prese, l� nella montagna, certe fortezze e certe castella, et erasi gagliardamente; et se non che la neve sopravvenne, et missene tanta in quelle montagne, che questi, ch'era mal fornito di vittuaglia, che la neve il costrinse, non possendo avere vittuaglia, per fame s'arrend� et venne preso a Vercelli, et non si volle mai pentere n� confessare l'errore suo, chè forse gli sarebbe stato perdonato; anzi dicea che, s'egli morisse, risusciterebbe il terzo d�. Egli fu attanagliato; et fu di tanta costanzia che mai non si dolse n� fece vista che gli dolessi; et poi ch'egli fu morto, la moglie, ch'ebbe nome madonna Margherita et fu delle belle donne del mondo, mai non si volle pentere: dicea ch'ella l'aspettava, ch'egli risusciterebbe il terzo d�: ultimamente ella fu morta com'elli. Et seppe questo fra Dolcino seminare questa resia che ancora tutto d� ne sono arsi".

   L'ultima resistenza e la fine di Dolcino, nel resoconto di Benvenuto da Imola... "Avendo avuta notizia che contro di lui si stava preparando fiera guerra, cominci� a fortificare il monte, che finora ritiene il nome di Gazaro, ed il luogo abitato Triverio, trasportando vettovaglie ed altri oggetti di necessità, che in tutta fretta potè rinvenire. I novaresi, e quei di Vercelli cinsero il monte di formale assedio con macchine ed altri guerreschi strumenti: si aggiunsero agli assedianti molti crocesegnati di Terra Santa, tornando da Gallia Cisalpina, e Transalpina, da Vienna, dalla Provenza, dalla Francia. Anche le donne aiutarono la guerra, e somministrarono cinque baliste in quell'assedio lungo, aspro e durissimo. Gli assediati si difendevano con ostinazione, ma la fame che vince ogni fortezza, e che sempre più cresceva cominciò a spaventarli: si erano mangiate fino le pelli ed i cuoi. Alcuni provvidero alla loro salvezza, tornando alla verità, ed arrendendosi, ma l'assedio durò per un anno ed un giorno, e lo scisma per doppio tempo. Finalmente Dolcino, e sua moglie Margherita di Trento furono presi insieme con altri, e stretti in carcere.

    Istruito da sommi maestri non volle mai ricredersi del primo errore, e convertirsi; perlocch� fu condannato, e tormentato con tanaglie roventi, che gli laceravano le carni fino all'osso, e cosi crudelmente straziato fu condotto per tutte le strade, e vicoli della città. Fra tanti e tali tormenti, si dice, che mai non cambiasse faccia, se non una volta sola nel bruciargli il naso, perchè strinse alcun poco le spalle, come le strinse nel lacerargli le parti virili presso la porta della città nomata porta dipinta, dove trasse un sospiro. Potrebbe tenersi per martire se la pena costituisse la gloria del martirio. Nel tempo del tormento esortava la sua Margherita, quantunque lontana, ad essere costante. Dessa imbevuta dalla medesima dottrina, non si diparti mai dal precetto maritale, e più di lui pertinace, stette più ferma nell'errore, avuto riguardo alla debolezza del sesso. Molti nobili la chiesero inconsorte, s� per la somma bellezza, s� per la ricchezza, ma essa non volle mai piegarsi, e perciò in pari pena con Dolcino suo, dal ferro e fuoco lacerata, con imperturbabile ardire lo seguì nell'Inferno..."

... e di Giovanni Villani, Cronica, VIII 84: "Alla fine rincrescendo a quelli che seguivano la detta dissoluta vita, molto scem� sua setta, e per difetto di vivanda e per le nevi ch'erano, fu preso per gli Noaresi, e arso con Margherita sua compagna, e con più altri uomini e femmine che con lui si trovaro in quegli errori".

 

 Note

     

   1 -"Tu, che forse tornerai presto tra i vivi, d� a frate Dolcino che si appresti a combattere, se non vuole raggiungermi troppo presto, e si munisca di viveri, affinché la morsa della neve non rechi la vittoria ai Novaresi, che altrimenti non potrebbero avere ragione di lui". Bolgia nona, scismatici e seminatori di discordie: i dannati, per contrapasso, sono straziati dalla lunga spada di un demonio che li smembra, come essi smembrarono la Chiesa o la comunità nella quale vissero.

 

   2 - Sebbene il termine 'Apostolici' sia di uso generale, in realtà, come ha fatto notare M. Benedetti, le fonti parlano sempre di 'Apostoli' e non di 'Apostolici'. "... Gioacchino, anima di mistico più che di riformatore vero, profeta più che filosofo (...) aveva diffuso per il mondo, con la predicazione e con gli scritti, in forma di salmi e di commentari ai libri sacri, vaghe e strane previsioni: una terza et� essere imminente fra gli uomini, l'età dei monaci, non più di timore cio� servit�, di lavoro cio� disciplina, come le due precedenti, ma l'età dello spirito e quindi della libertà, poichè "dove è lo spirito, quivi è la libertà". (G. Volpe, Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italiana, pg. 117).

 

   3 - "Non per questo va necessariamente respinta: non era certo una condizione rara ed � attestata anche da un autore, coevo e dei luoghi, come il cosiddetto Anonimo sincrono. I dettagli sugli studi compiuti presso un prete e poi un maestro di grammatica vercellese (il cui nome, riportato da Benvenuto da Imola, corrisponde ad un personaggio che insegnò effettivamente in quello studium) offrono un itinerario biografico di formazione abbastanza comune e possibile: senza essere ulteriormente accertabili appaiono plausibili nella loro puntualità e trovano una conferma nella conoscenza che Dolcino mostra del latino e delle Scritture" (G. Miccoli, in DizionarioBiografico degli Italiani, vol 40, 1991). Il cognome Tornielli non � infrequente nella zona di Romagnano Sesia, e la duecentesca torre di Creggio, nel territorio di Trontano in Ossola, � detta 'dei Tornielli'.

 

   4 - Gazzari (o Gazari) � corruzione popolaresca e assai frequente per Catari, il movimento ereticale più importante del Medioevo:sebbene Apostolici e Dolciniani non fossero, come i Catari, dichiaratamente eterodossi, l'assimilazione degli uni agli altri � assai significativa, in quanto entrambi perturbatori dell'ordine divino e terreno della societas christiana. Gli abitanti di Quare, una frazione di Campertogno, nel dialetto locale sono ancora oggi chiamati 'G�seri'.

 

   5 - L'attuale toponimo deriverebbe da Campo Rosso, Piana del sangue, ma potrebbe anche essere precedente ai fatti narrati.

 

   6 - L'evento è attestato solo in fonti tardive, quindi se ne deve escludere l'attendibilità.

 

   7 - Non a caso, il toponimo da Zebello si trasforma in Rubello, l'attuale nome del monte. Di quell'avventurosa e tragica fuga resta ancora oggi memoria nel Croso della Malanotte.

 

 Bibliografia

 

Anonimo Fiorentino, Commento alla Divina Commedia d'Anonimo Fiorentino del secolo 14, ora per la prima volta stampato, a cura di Pietro Fanfani, Bologna 1869

Anonimo Sincrono, Historia fratris Dulcini heresiarche Novariensis ab A.C. 1304 usque ad A.1307, ed. a cura di ArnaldoSegarizzi, Città di Castello 1907 (RIS, 9/5)

Benvenuto da Imola, Benvenuto Rambaldi da Imola; illustrato nella vita e nelle opere e di lui commento latino sulla Divina Commedia di Dante Allighieri, voltato in italiano dall'avvocato Giovanni Tamburini, Imola 1855

Gui Bernardo,De secta illorum qui se dicunt esse de ordine Apostolorum, ed a cura di Arnaldo Segarizzi, Città di Castello 1907 (RIS, 9/5)

Salimbene de Adam da Parma, Cronaca di Fra Salimbene parmigiano dell'ordine dei Minori, volgarizzata da Carlo Cantarelli, Parma 1882

Benedetti Marina, Frate Dolcino da Novara - Un'avventura religiosa e documentaria, in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, serie 5, 2009 1-2 pp. 339-362

Miccoli Giorgio, Note sulla fortuna di fra' Dolcino, in Annali della Scuola normale superiore di Pisa, s. 2, XXV (1956), pp. 245-59

Orioli Raniero (a cura di), Fra Dolcino. Nascita, vita e morte di un'eresia medievale, Milano, 2004

Volpe Gioacchino, Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italiana - secoli XI-XIV, Firenze 1922-1961

 Amedeo SALA, Giugno 2014

 

Il presente articolo è correlato all'escursione del 22 giugno 2014